lunedì 16 gennaio 2006

Ora, per [Canetti] una delle caratteristiche della massa è che esacerba la potenzialità di ogni individuo di metamorfosarsi. La metamorfosi è essenzialmente la possibilità "di trasformarsi in ogni cosa" o di "trasformare tutte le cose". Atteggiamento magico se ve n'è uno, particolarmente pertinente per comprendere le diverse metamorfosi che hanno luogo negli affollamenti sportivi, musicali, religiosi o politici. Così, imitando l'altro, entro in comunione con l'entità collettiva di cui sono parte e con l'universo del quale, insieme, si rimette mimeticamente in scena la creazione. Vi è senz'altro una "potenza", nella massa, che supera l'individuo e lo rende membro di un "genius" collettivo, genio che, al modo della divinità, crea la società nel suo ambiente naturale e sociale.

M. Maffesoli, La transfiguration du politique, Paris, La table ronde, 2002, pp. 220-221.

Quasi non vale la pena di sottolineare come questo passaggio maffesoliano leghi le ultime cose che ho postato in un'ulteriore dimensione di significato e di riflessione. Anche l'antica angelologia conosce gerarchie di angeli e diversi livelli d'essere e l'affiorare ricorsivo di un termine ne tradisce il bisogno e il potenziale esplicativo...

venerdì 13 gennaio 2006

Leggo un trafiletto di Enzo Siciliano sull'Espresso 52/2005 (p. 145) a proposito della nuova traduzione delle Metamorfosi di Ovidio e non posso fare a meno di citarne un passo:

Non c'è sosta alle trasformazioni. Questa certezza, testimoniata attraverso una serie di esemplificazioni colte sul ritmo incessante dell'esametro, sembrerebbe anche mettere in questione il fondamento del pensiero classico, il principio di identità aristotelico. Ciò che sensibilizza la poesia di Ovidio è l'impossibilità a concepire che "A" sia sempre uguale ad "A". Interviene la passione di un Dio, la sua ira, la sua lussuria, il suo senso di pietà, il suo orgoglio ed "A" diventa un'altra cosa, cambia sostanza, aprendosi il mondo a un'illimitata libertà.

Il testo è lievemente modificato - corretto, direi - a causa del pressappochismo imperante ormai in ogni dove, che permette raramente di leggere una pagina libera da refusi o errori veri e propri. Resta tuttavia una lettura limpida che, al di là del contenuto iniziatico dei versi di Ovidio, ne identifica un livello di lettura sul quale è vitale ricominciare a riflettere.

lunedì 9 gennaio 2006

Prima di tutto non direi che ognuno di noi ha un angelo, né custode, né altro, perché nel nostro immaginario resta poco della potenza sovrumana e della numinosità che connotavano originariamente il termine. Oggi pensiamo a creature diafane e piumate, compassionevoli, umanamente stucchevoli... Direi perciò che ognuno di noi ha un demone compagno e qui, stavolta, è il verbo a darmi da riflettere: possesso vuol dire controllo e quindi dominio e noi non controlliamo in alcun modo il demone. Possiamo al limite opporci al suo volere che, però, paradossalmente è il nostro - siamo bravissimi a metterci i bastoni tra le ruote. Ma, ancora a monte, è la necessità linguistica che mi obbliga a parlare dei due come di entità separate ad essere problematica: non c'è un uomo e un demone, ma manifestazioni sincroniche dello stesso essere su piani diversi, dotate di coscienze diverse e a tratti - solo a tratti, fortunatamente - coincidenti. Il demone è l'intuizione oscura della potenzialità che prende forma, il senso interno della coerenza al destino.

Ho sempre distinto tra vocabolo e parola e credo che la distinzione sia del Leopardi. Trovare una parola significa penetrare nel buio abissale di sé senza turbarne né riuscire a conoscerne il segreto.


G. Ungaretti

Quando non si è perso il senso della meraviglia e del valore delle parole, scrivere è faticoso



    Gentile
    Ettore Serra
    poesia
    è il mondo l'umanità
    la propria vita
    fioriti dalla parola
    la limpida meraviglia
    di un delirante fermento

    Quando trovo
    in questo mio silenzio
    una parola
    scavata è nella mia vita
    come un abisso


G. Ungaretti, Commiato

domenica 8 gennaio 2006

Million Dollar BabyUn grande film. Scarno ed essenziale come un ciottolo di fiume. Elegante, costellato da interpretazioni magistrali, schivo davanti all'uso facile e diffuso delle sequenze da lacrime - quando pure potrebbe ricorrervi senza alcuna difficoltà - riesce a narrare una storia inattuale per chi ancora ha voglia di sentirne. Una storia di passione, di sacrificio, di abnegazione, di dignità nascosta in una palestra scrostata, tra quelli che uno sguardo affrettato giudicherebbe relitti umani. Eastwood è un bell'esempio di quello che Hillman chiama "carattere", l'esito complesso di un percorso lungo una vita, accettato nella sua difficoltà e ricchezza come le rughe profonde che porta sul viso. E questa è una storia di Bildung piallata all'osso da tutte le cazzate che si possono dire in proposito, molto al di là della figura della "occasione della vita", che pure affiora a tratti. È la storia di una chiamata e delle sue conseguenze, di una porta aperta e di quello che c'è dietro, senza colpa per nessuno, perché né l'allenatore, né l'atleta sono i protagonisti, ma sono i segni del demone. Ed è proprio l'adempimento della chiamata che permette alla campionessa infranta di andarsene serena e in pace, pur nella rovina, e le dà pieno diritto di invocare una fine degna per un'avventura che lo è stata. Il tema dell'eutanasia è affrontato con lo stile di tutto il film e dell'uomo, ma resta un grido, che chiede dignità contro il mito miope cui è sufficiente vedere un corpo che respira per vedere la vita!
Se è vero che il complesso dell'Io tende a presentarsi come il solo esistente in noi, chi è in me che prova a volte un vivo fastidio per le sue fisime e pretese?

giovedì 5 gennaio 2006

Natural CityE sì, stavolta sono proprio d'accordo con MyMovies.it: "'Finisce l'era di Blade Runner, inizia il mito di Natural City': però, niente male, due baggianate in una sola frase non è cosa di tutti i giorni…" Da una parte non vedo alcuna fine al vecchio, splendido Blade Runner - visto che tra l'altro questa sembra una variazione moscia sul suo tema; dall'altra spingersi a definire "mito" Natural City pare eccessivo anche per il marketing - un po' come uno che dice che "se c'è un imprenditore che non ha confuso, non confonde e non confonderà la politica con gli affari questo è Berlusconi"... Insomma, spunto interessante: di nuovo un'esplorazione di un futuro in cui ci si può innamorare anche di un cyborg e di nuovo, anche se in un altro continente, l'affastellarsi di trame un po' troppo slegate, stavolta peggiorato da un montaggio che a tratti ottiene effetti notevoli - in particolare nei combattimenti - e a tratti litiga con il jog della moviola, ricercando soluzioni che però sfuggono. Stendiamo un velo sulla colonna sonora, degna di un porno anni '70. Utile per una ricerca sull'immaginario artificiale, meno per una serata soddisfacente.

P.S. Oggi pomeriggio Radio Rai 1 ha mandato in onda una mia intervista su quel libretto che ho scritto *grin*Chi volesse sentirsela è pregato di cliccare qui

martedì 3 gennaio 2006

The AviatorCominciare l'anno con un raffreddore che non esiterei a definire cimurro lascia formulare ipotesi sul 2006 nient'affatto lusinghiere sin da subito È anche vero, tuttavia, che è solo sfruttando casi come questo che riesco a dedicare tre ore del primo pomeriggio a un film (a casa, dico, il cinema è un altro discorso *grin*) senza troppi patemi. Se poi la buona sorte dei primi d'anno mi serve anche un piatto che altrimenti non avrei consumato, causa un saldo pregiudizio verso il buon Leonardo, beh, quasi quasi ci si può stare! Sebbene tipi come Howard Hughes non rientrino granché nelle mie corde, il film è decisamente un grande film, uno dei capitoli di una storia immaginaria che sorvoli quae in medio positae. Cast commovente, nel quale svetta quella che a mio gusto è la più bella del cinema contemporaneo, Cate Blanchett - nonché tra le più brave - nei panni di Katharine Hepburn, in compagnia di Kate Beckinsale, John C. Reilly e altri gran bei nomi. E una regia degna del nome del regista, Martin Scorsese, che rende le quasi tre ore dell'impresa leggere come gli aeroplani dell'aviatore folle!

lunedì 2 gennaio 2006

DodgeBallPrimo post del nuovo anno, ma ultimo film di quello vecchio Dopo i massacranti preparativi per una bella festa di Capodanno con coincidente compleanno - lavoraccio quindi! - cosa c'è di meglio di una cazzatona rilassante e a tratti francamente divertente? Niente, si direbbe. Storiella senza nessuna pretesa con due attori simpaticissimi, Vince Vaughn e Ben Stiller, e una creatura assai piacevole allo sguardo, Christine Taylor, scorre via senza alcun problema, sfruttando tutti i noti trucchi comici del genere, ma con un bel ritmo. Da segnalare l'aria "not politically correct", molto rinfrescante, che si materializza emblematicamente nella crudezza del cameo di Lance Armstrong. Sì, proprio quello del Tour de France, che dopo questo mi ha riguadagnato parecchi punti *grin*