Detta un po' alla Palomba, un film orale su quant'è meglio non contrariare le vecchie streghe
Decisamente un buon ritorno, questo di Sam Raimi che si separa da quel carciofo dello Spiderman di cellulosa - quello di carta l'ho adorato e l'adoro tuttora - per una sana immersione piuttosto splatter nell'horror. E lo fa bene! A tratti sul filo del rivoltante, Drag Me to Hell è ricco di sottotesti e citazioni, molto ben girato e irto di colpi di scena. Difficile ad esempio sarà stanotte non vedere dappertutto la vecchia megera *sigh* Per non parlare del contributo fondamentale della colonna sonora, onde si impone una fruizione in sala grande o con impianto stereo ultraperformante. Tra i tanti livelli - al di là del sano divertimento da "firm de paura" - la questione sociale, visto che tutto nasce dal rifiuto della giovane Alison Lohman di concedere la proroga di un mutuo a un'anziana signora, che a vederla bene sarebbe stato opportuno accontentarla in tutto e per tutto. Rifiuto motivato da ragioni di carriera contro l'impulso caritatevole provato in un primo momento. D'altronde è in ballo il posto da vicedirettore... Certo, se tutti i broker e quadri bancari coinvolti nelle questioni mutui venissero puniti così le azioni dell'umanità sarebbero in netto rialzo *lol* La giovane in questione, tra l'altro, fa la ex-grassa, molto ex, visto che il regista arpeggia ogni tanto, con discrezione magistrale, sul registro erotico: la scena al cimitero e quella finale forniscono due ottimi esempi di svelature di un certo interesse, dosate con sapienza come una spezia rara. E poi, un cimitero sotto la pioggia... Come non sogghignare tra sé e sé "poteva andare peggio, poteva mettersi a piovere..." Ci sarebbe da accennare alla polemica con la cultura razionalistica del periodo, affidata a un gustoso siparietto psicanalitico, ma insomma credo sia sufficiente a titillare qualche curiosità. Buona visione 
Le più grandi imprese richiedono supremo egotismo e serietà totale, cose che gli Irlandesi trovano difficili da sostenere; a un certo punto l'istinto a guardare la vita sotto una luce comica si fa irresistibile e l'ambizione gli cede il passo - William V. Shannon
Come si fa a non amare un popolo così? 

I viandanti più affezionati sanno che 007 è una delle mie ridondanze preferite
Il più recente della serie, però, me l'ero perso per i soliti motivi di tempo, occasione, coincidenze assortite etc. Fortunatamente ieri sera il Dorax D'essai ne ha organizzato una visione privata e così non ho neanche dovuto rimpiangere il maxischermo. Certo, il buon Daniel Craig in quanto a ridondanza non aiuta, perché il suo Bond è estremamente atipico, al netto dei tempi come già notavo per la prima puntata di questa nuova serie dall'agente biondo. Sebbene gli elementi tradizionali ci siano più o meno tutti, è lo stile che cambia: violento, spigoloso al limite della totale assenza di sorriso e quasi di espressività, stavolta la faccenda è complicata da strane intrusioni psicologico-sentimentali che anch'esse segnano un primum: un personaggio che di solito conclude le sue avventure a letto con la girl di turno e comincia le successive libero come l'aria flirtando con Moneypenny, stavolta si rode e arrovella per il tradimento e la morte di quello schianto della donna scorsa... Non che gli si possa dare torto, ma non è molto da lui! Addirittura la fine non è tra le braccia della peraltro notevole Olga Kurylenko, abbandonata senza troppi complimenti in una desertica stazione ferroviaria boliviana, ma in Kazakhstan sulla pista della vendetta. Uniamo al cocktail i soliti inseguimenti - magnifico il parcours sui tetti di Siena - e qualche problema nella scrittura dei rapporti con M, che fa la figura della schizofrenica, e otteniamo un episodio comunque piacevole, che lascia per di più una certa curiosità sui futuri sviluppi della saga.
Leggevo uno dei Vetri soffiati più recenti di Eugenio Scalfari (Espresso 35/2009, p. 170). Per fortuna l'ho trovato online e il link è in fondo al post. Ho pensato comunque di riportarne un passaggio, che va a riprendere un tema che ho toccato qualche tempo fa sul mio bistrattato blog didattico Ciottoli (leggi qui). Passaggio sul quale sarebbe opportuna un'approfondita riflessione autocritica:
"Calvino aveva previsto che la letteratura del nuovo secolo e del nuovo millennio sarebbe stata caratterizzata da sei requisiti: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza [...]. Dov'è lo sbaglio di questa previsione calviniana? Nel fatto che quei sei requisiti hanno avuto negli ultimi vent'anni un'interpretazione e un'attuazione del tutto diversa ed anzi opposta a quella prevista da Calvino. La leggerezza si è trasformata in superficialità, la rapidità in pressappochismo, l'esattezza in arida pedanteria, la visibilità in esibizione, la molteplicità in trasformismo. E questa è purtroppo la realtà con la quale ci stiamo confrontando. Le parole e i valori indicati da Calvino sono stati letti a rovescio. L'eleganza intellettuale da lui auspicata e rappresentata è diventata trivialità, volgarità, pesantezza."
Per chi fosse interessato al resto dell'articolo, il link è qui.

Berlusconi contro i giornalisti: 'Povera Italia con questa stampa'
Riesco per una volta a essere del tutto d'accordo col premier! Davvero povera Italia, con un giornale che, per consentire ai vari Capezzone di costruire equivalenze fantasiose, crocifigge il direttore di un altro giornale con lo stile ben noto. Peccato solo che il giornale all'attacco sia il suo...
Ho la sensazione che stavolta non ci sarà una seconda stagione e a essere sinceri mi dispiace: il fatto che mi sia sparato le ultime quattro puntate tutte di fila qualcosa vorrà pure dire! Una serie molto, molto interessante, con una ricca serie di addentellati: il detective Sam Tyler viene investito nel 2008 e si sveglia nel 1973, con lo stesso grado e nel suo stesso commissariato. Solo che non è più il capo, ma dipende da un celebre figlio di... che altri non è che Harvey Keitel
Tanto perché il mondo dei serial non ha più nulla da invidiare al cinema. Una serie, per di più, in formidabile debito con cinema e musica, a partire dal titolo. Quando Sam deve mentire, usa regolarmente citazioni più o meno dotte dal cinema, come quando racconta alla madre di chiamarsi Luke Skywalker e gli ultimi episodi sono tutti giocati sull'affiorare in lui della sua parte oscura, mentre la musica, ah la musica è ovunque! Una colonna sonora da sballo, titoli di episodi presi di peso da hit del periodo, David Bowie che risuona da ogni altoparlante e anche qui citazioni, giochi di prestigio linguistici, battutacce. Poteva mancare il maggiore Tom in una serie così? Credo proprio che mi mancherà e mi trovo a un bivio: se la lasciano così, col finale - che ovviamente non rivelo - avranno tutto il mio rispetto, in questo stupido tempo di sequel e idee sfruttate oltre il limite del decente. Se invece riterranno di lasciarsi tentare, beh... una volta tanto cercherò di non stranirmi 
In segno di rispetto e riconoscenza una breve rassegna dei personaggi e interpreti: oltre a Harvey Keitel abbiamo il protagonista (Sam Tyler) Jason O'Mara, per niente irlandese; i suoi colleghi, Michael Imperioli e Jonathan Murphy, e la bella atipica Gretchen Mol, intelligente, per niente sexy o velina, ma molto, molto bella e stuzzicante. Direi che è tutto.
"Cos'è questo rumore?"
"E' la voce del vento!"
"E cosa dice?"
"Non lo so, non lo parlo il ventoso."
Secondo me si commenta da sé
un vero spasso, con i vecchi personaggi e un'aggiunta a metà tra Indiana Jones e il capitano Akab, il furetto Buck, che la fa da padrone per buona parte del film. Forte influsso del videogame, nel montaggio di una serie di inseguimenti più o meno pericolosi - notevolissimo quello di Syd e delle uova *lol*- ottimo doppiaggio come sempre, in una serie che mantiene un alto livello di creatività, umorismo e perizia compositiva. Un po' di spazio in più viene dato alla saga del simpatico animaletto Scrat, apripista della serie, e della sua ghianda, che stavolta si tinge di rosa con esiti spassosissimi per lasciarci poi in sospeso... per il quarto episodio, suppongo, che mi vedrà affezionato dalle parti della prima!
Leggo su un Espresso di qualche settimana fa (# 30, pp. 76-79):
"Popolarità, prestigio interno e internazionale, serietà, carisma. Tutto questo rappresenta oggi Angela 'Angie' Merkel, 55 anni, la cancelliera di Berlino [...]. 'Dagli asili all'università bisogna puntare tutto sulla cultura', è uno dei leitmotiv della Merkel. Non è solo uno slogan. Insieme ad Annette Schavan, ministro alla Cultura, ha varato la settimana scorsa un pacchetto da 18 miliardi da investire negli atenei entro il 2019."
Oggi invece mi trovo questo:
Le «10 domande» su Noemi e dintorni Berlusconi porta Repubblica in tribunale

E' difficile non mettersi a ridere, per un primo ministro che denuncia la stampa perché gli fa delle domande scomode... A parte l'ormai certificata estinzione del senso del ridicolo e l'impossibilità italica di attingere al tragico per vivacchiare invece tra il grottesco e il patetico, ho pensato di cambiare approccio, in una specie di delirio esperienziale partecipativo. Avviso quindi i miei studenti sin da ora: il primo che a lezione si azzarda a farmi una domanda, lo denuncio!!!

Or can it...?
Avrei ogni scusa per rimandare ancora questo post, dato che il condizionatore dello studio ha trovato modo di rompersi il 17 agosto
ormai data infausta assodata. Anche perché la visione risale a prima di Ferragosto, ma lì ero talmente in ferie che, a parte numerose scazzottate su FB, non mi andava di far nulla. Ora, invece, pian piano si riparte. Senza troppo entusiasmo, ma... Che è più o meno lo spirito con cui ho affrontato la visione di Irina Palm, sebbene me ne avessero parlato molto bene. E devo dar loro ragione. Un piccolo grande film che, a parte fare i conti con la Parte del diavolo della società - quella che in molti fingono non esista o ancora meglio che non li riguardi - sonda uno dei tanti luoghi comuni di cui ci si riempie spesso la bocca: "Per i miei figli farei qualunque cosa!" Ecco, nonna Maggie per suo nipote è veramente pronta a fare qualunque cosa. Perfino a scoprire di essere la migliore in un campo del quale difficilmente ci si vanta, almeno fino a quando non si è capito quanto è maledettamente ipocrita la società che ci circonda. Marianne Faithfull è fantastica, l'andamento del film ricorda le "vecchie" pellicole d'autore di quand'ero giovane, per il colore, il montaggio, i silenzi che miracolosamente riaffiorano nella tessitura per niente glamour della quotidianità. Da consigliare insomma senza un attimo di esitazione
Come è ormai un classico, il primo post dopo l'estate compete a un film che non avrei probabilmente visto in altre occasioni e all'annuncio di foto anglo-gallo-irlandesi che dovrei pubblicare a momenti su Flickr. Sui momenti, com'è ormai un classico, c'è da discutere *lol* Su In Bruges probabilmente pure
A quanto mi risulta è il primo film concepito come un lungo spot sull'omonima città belga dove - come afferma a un certo punto Ralph Fiennes - vanno troppo pochi turisti, trovandosi in un posto sfigato come il Belgio: meglio così. dopotutto, sennò la rovinerebbero... E in effetti i primi venti minuti potrebbero essere docufiction, anche un po' lenta. Poi però la trama comincia a svolgersi e l'atmosfera si fa surreale: dialoghi e situazioni degne del teatro dell'assurdo, fili che iniziano ad annodarsi per tessere infine un crescendo che culmina in una bella tragedia. E non sto facendo ironia. Alla fine torna tutto, persino il turista americano testardo e obeso. Colin Farrell sembra forse un po' troppo un cocker, ma quando serve lampeggia a dovere, come lo skinhead frocetto impara a sue spese; mentre Brendan Gleeson, con l'aria del killer per caso e controvoglia è notevole. Uno dei dialoghi della girandola conclusiva, sulla torre di Bruges, tra lui e Fiennes. è memorabile! Certo, se l'avessero fatto da Mad Eye Moody e Lord Voldemort in un qualche Harry Potter, sarebbe stato probabilmente inguardabile
In questo caso, però, Martin McDonagh ha le idee piuttosto chiare e dirige una pellicola veramente inattesa. E consigliabile. Come, a occhio, l'auspicata gita a Bruges 
Già che ho menzionato il teatro dell'assurdo, profitto per un commosso ricordo dei giorni irlandesi, quando al Players Theatre del Trinity College di Dublino ho beccato Krapp's Last Tape (qui accanto nell'interpretazione di Harold Pinter). A-D-O-R-O quel lavoro, il labirinto borgesiano che prende forma dalla voce disincarnata e irriconoscibile del vecchio che ascolta, collerico, mangiando banane... A che serve la memoria se la strappiamo dalle emozioni e la consegnamo in presa diretta a un nastro? E quando viviamo, se siamo così impegnati a registrare la nostra vita mentre scorre? Più che un doppio legame è un doppio abisso. E la rivelazione di un momento, anni dopo, fa solo rabbia... Una meraviglia, Beckett nei palazzi in cui ha studiato e poi insegnato. Con l'ameno clima che, più che di sky blue, fa parlare di Trinity blue, vista la mancanza di esperienza diretta del dublinese medio *lol* Come scrive una brillante autrice dell'isola verde, Marian Keyes, in un dialogo a Dublino: "Ma qui piove sempre???" "Cosa vuole che ne sappia, ho solo dodici anni!"