lunedì 6 ottobre 2014
Rush
È un po' che non scrivo, vero. Ho saltato qualche film - non molti, perché la febbre da serial non accenna a diminuire e presto mi toccherà aprire a commenti più estesi in proposito - ma è stato un anno complicato e mancava fondamentalmente la voglia. Rush me l'ha fatta tornare :) non tanto perché è un gran bel film: ottima fotografia, colonna sonora fantastica, bravi attori e bella regia; quanto perché, di nuovo, riporta a un tempo in cui c'era un equilibrio che poi è mancato. Un po' come quando ho scritto di Leatherheads - qui: il fascino della fase istituente, lo spazio al romantico e all'immaginale prima che l'economico prenda definitivamente il sopravvento. Non che in Rush questo manchi, anzi: il morituri te salutant a uso e consumo del pubblico pagante è terribilmente presente, ma non ha ancora colonizzato del tutto la cosa. La nutre e se ne nutre, ma c'è dell'altro, come il dialogo finale tra i due eroi mette bene in luce: uno l'eroe puro, capace solo dell'azione, ma che azione! L'altro, già calcolatore, tecnico, con un piede nel triste mondo che verrà, ma comunque disposto a cedere un titolo mondiale per la sua vita e per l'amore, comunque grande pilota. E c'è una bella notazione, all'inizio, sull'interesse delle fanciulle per i piloti. Dice Hunt - Chris Hemsworth, in altre parole Thor :D - che è dovuto alla vicinanza della categoria alla morte e al surplus di vita che ne consegue; il che non sarà granché razionale, ma è capace di spiegare molte delle dinamiche autodistruttive cui si assiste oggi, che la vita amministrata e computata è sempre più difficile da definire tale e a molti non resta che giocare per il surplus, sperando di ottenerne almeno un assaggio.
martedì 7 gennaio 2014
Moonrise Kingdom - La regola del silenzio
Che il cinema di Wes Anderson faccia storia a sé dovrebbe essere ormai cosa risaputa. Bastano pochi fotogrammi perché ci si accorga di essere da qualche altra parte, un posto misurato eppure surreale dove succedono cose piccole di grande momento. Soprattutto per chi vive nei mondi accanto, dove la misura è scomparsa e se non si ragiona sulla scala del cataclisma sembra si perda tempo. Moonrise Kingdom racconta di un posto così, non meglio identificato, dove un cast d'eccezione - Bruce Willis, Edward Norton, l'immancabile Bill Murray tra gli altri - conduce esistenze poco entusiasmanti, ma accettate con filosofia e un pizzico di rassegnazione. Basta la fuga d'amore di due dodicenni, entrambi ragazzi difficili per la regola del luogo, per frantumare la routine e portare ognuno a fare scoperte su di sé. Scoperte per una volta positive, che sbloccano lo stallo e cambiano l'aria. Alla fine tutto è cambiato, ma nulla pare diverso, forse solo più a fuoco. Un film da vedere, su cui meditare magari con una buona birra.
La regola del silenzio, invece, è qui di brutto :) Parla di questo mondo e delle diverse prospettive con cui lo si può comprendere; del convivere con ciò che si fa in nome di queste prospettive e dei prezzi che si pagano. Parla in particolare delle strategie di contenimento dell'opposizione e della critica che il famoso Sistema sa mettere in atto, codificando certi fatti con severità (e fin qui si sarebbe anche d'accordo), mentre altri, molto molto simili, passano in secondo piano, vengono costruiti diversamente e così percepiti come cosa altra oppure condonati, dimenticati (e qui ci si dovrebbe urtare almeno un pochino). Anche qui un cast notevole - Robert Redford, anche regista, come sempre impegnato, Susan Sarandon, Shia LaBoeuf e altri - anche se il film mi lascia appena appena interdetto. La narrazione è avvincente, il ritmo equilibrato, ma restano parecchi interrogativi privi di risposta e c'è un buonismo di fondo che si scontra con la crudezza del contesto e dell'impresa critica. Ci stanno i gesti nobili e gli affetti incorrotti in una storia così? Vederlo e pensarci su :)
giovedì 2 gennaio 2014
Vita di Pi
In prima battuta volevo solo scrivere "Bello!". Un cinema al suo meglio, con una ricchezza estetica e immaginifica ineffabile.
Poi mi è tornato in mente Eugen Fink: "Tutti conoscono questa inquietante trasformazione nel paesaggio della vita umana. Il disincantato vede, d'un tratto, le cose in modo diverso. Non è esatto dire che vede 'in modo più vero'; egli è più critico, più diffidente, e vede più chiaramente ciò che vede la diffidenza, ma non vede più ciò che vedono gli occhi dell'anima" (Il gioco come simbolo del mondo, Firenze, Hopefulmonster, 1991, p. 89). Credo che Vita di Pi sia la migliore illustrazione possibile dello "sguardo cattivo", che disprezza i poeti e crede solo nei fatti e preferisce fare a pezzi una poesia piuttosto che farsi una domanda. Ecco, credo che Ang Lee abbia voluto esprimere molto di più di quel che le parole possono dire e gli sono grato per questo, per aver affermato la bella immagine sopra ogni altra cosa. Per essere andato ben oltre il Pi greco, nella storia e nell'ispirazione... Oggi più che mai abbiamo bisogno di più tigri e meno burocrati. Più giochi di delfini e meno fretta. Più meraviglia e meno algoritmi.
Poi mi è tornato in mente Eugen Fink: "Tutti conoscono questa inquietante trasformazione nel paesaggio della vita umana. Il disincantato vede, d'un tratto, le cose in modo diverso. Non è esatto dire che vede 'in modo più vero'; egli è più critico, più diffidente, e vede più chiaramente ciò che vede la diffidenza, ma non vede più ciò che vedono gli occhi dell'anima" (Il gioco come simbolo del mondo, Firenze, Hopefulmonster, 1991, p. 89). Credo che Vita di Pi sia la migliore illustrazione possibile dello "sguardo cattivo", che disprezza i poeti e crede solo nei fatti e preferisce fare a pezzi una poesia piuttosto che farsi una domanda. Ecco, credo che Ang Lee abbia voluto esprimere molto di più di quel che le parole possono dire e gli sono grato per questo, per aver affermato la bella immagine sopra ogni altra cosa. Per essere andato ben oltre il Pi greco, nella storia e nell'ispirazione... Oggi più che mai abbiamo bisogno di più tigri e meno burocrati. Più giochi di delfini e meno fretta. Più meraviglia e meno algoritmi.
domenica 29 dicembre 2013
Soul Asylum - The Silver Lining
Avendo passato la mezza via simbolica (non credo che avrei abbastanza pazienza per altri cinquant'anni, comunque :) posso indulgere in qualche ricordo e compiangere quelli che non sanno di cosa parlo. E' vero che la memoria tende a riproporre il passato in una luce dorata, ma è anche vero che spesso le vecchie cose erano molto meglio delle attuali, alla faccia del mito del Progresso. Il vinile e la musica come la si viveva ai suoi tempi sono senza dubbio tra queste. Perché non era solo questione di musica, ma di un'esperienza immaginale e sinestesica dove l'oggetto e i suoi corollari giocavano un ruolo centrale.
Quante volte abbiamo acquistato un disco per la copertina, senza avere idea di chi ne fossero gli autori, quante cure per assicurarsi un ascolto perfetto, tra tamponi antipolvere, spazzolini per la puntina e spray antistatici :D E poi il gusto dell'ascolto intero, della ricostruzione del percorso compositivo, la memoria maniacale dell'ordine dei pezzi, della suddivisione in facciate...
Non ne resta molto, oggi. Tanto che della gran parte della musica che ascolto non so che copertina abbia e faccio molta fatica a ricordare i titoli. Certo, sono assai più vecchio di allora, ma non credo sia solo questo. E' anche che l'esperienza della musica si è fatta scialba e superficiale e che di rado la qualità è tale da far ricordare canzoni e relativi autori. Anche qui le motivazioni industriali sono riuscite in gran parte a distruggere ogni altra spinta e preoccupazione, a distruggere - paradossalmente - ciò che dovrebbero produrre, nell'ennesima dialettica dell'Illuminismo. Qualcuno però, a volte, riesce a mantenere la barra verso un felice equilibrio delle aspirazioni. Non sono tanti e l'elenco è tutt'altro che esaustivo - c'è anche troppa roba da sentire, l'ipertrofia della cultura oggettiva qui è manifesta e soffocante - però la rubrica la dedico a loro, con la stampa virtuale dei miei nuovi LP.
Il primo è The Silver Lining, dei Soul Asylum. Scoperta recente, rock del taglio che preferisco, con quella qualità anthemic che IMHO è tratto irrinunciabile e qualificante. Quella che ti spinge ad alzare le braccia al cielo e a cantare, in uno stato di esaltazione gioiosa ed energica. Non saranno terribilmente originali - sento echi di Boston, UFO, REO Speedwagon e altri - ma hanno una chiara riconoscibilità e una lunga storia alle spalle. The Silver Lining, poi, è proprio quello che ci voleva per chiudere l'anno horribilis 2013 e cominciare di nuovo con uno straccio di sorriso. Viene da un'espressione idiomatica inglese che ricorda che ogni catastrofe, a cercar bene, ha un lato positivo: quest'anno c'è molto da cercare, ma l'essenziale è non perdersi d'animo e pezzi come Lately, Stand Up And Be Strong e All Is Well aiutano. Un po' come il faro in copertina, all'interno del quale, con un mezzo sorriso, si può dire "All in all, all is well"!
La promessa dell'assassino - Lo Hobbit 2
Bel film dove David Cronenberg si cimenta con una problematica spinosa, coi toni di un noir anni Settanta, in stile Fassbinder. La promessa dell'assassino va a scandagliare uno dei buchi neri della nostra cultura, il mantra dell'individualismo egoista per cui è meglio non immischiarsi negli affari degli altri per non correre rischi. Il che - se da un lato è empiricamente dimostrato: facendo qualcosa si rischia di più che non restando fermi - non tiene in alcun conto la dimensione interiore soggettiva, quella per la quale a volte semplicemente non puoi far finta di niente e girarti dall'altra parte. Nello specifico la sorte non è soltanto infingarda e strafottente e in una serie di colpi di scena smentisce l'assunto iniziale, che non a caso era oggetto di critica. L'ecologia dell'azione moriniana, vestita dei panni di Naomi Watts e Viggo Mortensen - sul quale stavolta non ho nulla da eccepire :) - acquista in ritmo e potenza e resta comunque un enigma affascinante.
Dice mia moglie che non capisce perché Peter Jackson abbia dovuto allungare e complicare tanto la storia... Per una volta non credo sia solo una questione economica, anche se la lettura immediata, nel clima di derivazioni economicistiche imperante, non può che andare in quella direzione. Credo piuttosto sia una questione di dipendenza :) Tre puntate da quasi tre ore l'una consentono ai drogati - tra i quali mi iscrivo senza batter ciglio - di assumere una dose accettabile di Terra di Mezzo e riprendere la strada là dove la si era lasciata qualche tempo prima. E l'operazione è ben fatta, anche se immagino che i puristi si straniranno per presenze impreviste e arricchimenti di trama. Il casting della comitiva nanesca è perfetto e, a dirla tutta, Martin Freeman come Bilbo mi piace molto di più di Elijah Wood come Frodo. E, a parte questo e per uscire dall'apologia, credo che stavolta emerga con forza l'ennesima intuizione di Tolkien, che rende la sua produzione la chiave di volta del Novecento narrativo: la forza delle piccole cose, la polemica con l'assioma quantitativo per cui qualcosa conta solo se è grande, sempre più grande, assurdamente grande. Gli eroi qui non sono anti-eroi, sono semplicemente non convenzionali e con questo stratagemma dimostrano quanto la convenzione sia priva di fondamento e potenzialmente devastante, Boromir docet. Cosa che vale in Arda e sulla Terra.
Dice mia moglie che non capisce perché Peter Jackson abbia dovuto allungare e complicare tanto la storia... Per una volta non credo sia solo una questione economica, anche se la lettura immediata, nel clima di derivazioni economicistiche imperante, non può che andare in quella direzione. Credo piuttosto sia una questione di dipendenza :) Tre puntate da quasi tre ore l'una consentono ai drogati - tra i quali mi iscrivo senza batter ciglio - di assumere una dose accettabile di Terra di Mezzo e riprendere la strada là dove la si era lasciata qualche tempo prima. E l'operazione è ben fatta, anche se immagino che i puristi si straniranno per presenze impreviste e arricchimenti di trama. Il casting della comitiva nanesca è perfetto e, a dirla tutta, Martin Freeman come Bilbo mi piace molto di più di Elijah Wood come Frodo. E, a parte questo e per uscire dall'apologia, credo che stavolta emerga con forza l'ennesima intuizione di Tolkien, che rende la sua produzione la chiave di volta del Novecento narrativo: la forza delle piccole cose, la polemica con l'assioma quantitativo per cui qualcosa conta solo se è grande, sempre più grande, assurdamente grande. Gli eroi qui non sono anti-eroi, sono semplicemente non convenzionali e con questo stratagemma dimostrano quanto la convenzione sia priva di fondamento e potenzialmente devastante, Boromir docet. Cosa che vale in Arda e sulla Terra.
domenica 22 dicembre 2013
Molto forte incredibilmente vicino - Argo
Non posso dire di adorare la narrativa statunitense contemporanea, almeno per quanto riguarda i cosiddetti "mostri sacri". Mi sembrano peccare dello stesso difetto che affligge buona parte degli omologhi italiani, il gusto esagerato per la propria scrittura, a scapito della narrazione e della leggibilità. Safran Foer non fa eccezione e Molto forte incredibilmente vicino segue, sebbene i linguaggi siano diversi. Non che sia un brutto film, ma qualcosa nel ritmo, nell'enfasi stride, costringendoti a riconsiderare il retrogusto. Sarà forse che la bella strategia educativa di Tom Hanks è inestricabilmente connessa alla particolarità del figlio e quindi atipica, emergenziale, laddove potrebbe rappresentare una nuova frontiera per ridisegnare la normalità; sarà l'atmosfera sul filo della patologia e il tratto estremo con cui sono tratteggiati i personaggi che non sfonda il quotidiano, ma semmai lo rafforza a contrario attraverso l'incommensurabilità... Insomma, un film da vedere che a mio parere avrebbe potuto andare molto al di là del risultato effettivo.
In Argo, invece, l'equilibrio è notevole: dove la sfida della storia vera avrebbe potuto portare a un appiattimento ha invece condotto a una ricerca visuale e iconografica di altissimo livello, a personaggi solidi e a una narrazione coinvolgente, da action movie. Chapeau a Ben Affleck, nel doppio ruolo di regista e protagonista, che tesse l'omaggio all'impresa col confronto impietoso con la burocrazia e la paralisi immaginale degli apparati, dimostrando che un adeguato cocktail tra homo sapiens e homo demens è in grado di farsi azione con maggiore efficacia di quanto la retorica corrente, costruita su statistiche e procedure, possa mai aspirare a ottenere. Certo, ci vuole il coraggio dell'esempio e un senso di responsabilità che spesso latita, ma da questa storia incredibile si può uscire tutto sommato rafforzati e un tantino più ottimisti.
In Argo, invece, l'equilibrio è notevole: dove la sfida della storia vera avrebbe potuto portare a un appiattimento ha invece condotto a una ricerca visuale e iconografica di altissimo livello, a personaggi solidi e a una narrazione coinvolgente, da action movie. Chapeau a Ben Affleck, nel doppio ruolo di regista e protagonista, che tesse l'omaggio all'impresa col confronto impietoso con la burocrazia e la paralisi immaginale degli apparati, dimostrando che un adeguato cocktail tra homo sapiens e homo demens è in grado di farsi azione con maggiore efficacia di quanto la retorica corrente, costruita su statistiche e procedure, possa mai aspirare a ottenere. Certo, ci vuole il coraggio dell'esempio e un senso di responsabilità che spesso latita, ma da questa storia incredibile si può uscire tutto sommato rafforzati e un tantino più ottimisti.
venerdì 22 novembre 2013
Ralph Spaccatutto
Di nuovo lo zen, per fortuna! A volte temo che la ragione sia un po' come le fragole, molto saporita ma invadente e colonizzatrice, capace di soffocare - se lasciata libera - qualunque altra pianta. Poi inciampo in film come Ralph Spaccatutto e tiro un sospiro di sollievo :)
Proprio ora che si sta discutendo di distinzione - e quindi in ultima analisi di divisione, di diairesi - mi trovo a tu per tu con un cattivo da videogame, di quelli che non dovrebbero creare nessuna difficoltà categoriale e adattarsi alla perfezione nella loro bella casella nera, che non vuole più essere solo cattivo... Nonostante il programma lo abbia creato così (tanto per non parlare di determinismo), Ralph ogni tanto vorrebbe trovarsi con gli amici, ricevere una pacca sulle spalle, mangiare una fetta di torta. Cose semplici eppure inarrivabili, perché lui è il CATTIVO e quindi non può (deve?) avere certe idee. C'è perfino un circolo per cattivi anonimi dove i vari uomini neri si confortano gli uni con gli altri per sopportare le micidiali aspettative del loro ruolo! E' un film geniale, devo dire, che mi conferma nella convinzione che ultimamente, con notevole ironia, le cose migliori che vedo sono pellicole d'animazione, che sembrano l'ultimo territorio dove è possibile esercitare l'intelligenza fuori dai vincoli del marketing.
Non voglio fare spoiling - anche se immagino sospetterete un happy end che ci sta tutto - ma la trama si snoda attraverso una serie di idee e situazioni che riescono a non perdere di vista l'ispirazione centrale, anche se la trattano e discutono con grande leggerezza, per chiudere su uno splendido esempio di confusione creativa sul quale invito chiunque ne abbia voglia a riflettere al di fuori degli schemi e pregiudizi correnti. Tipo il fatto che fumetti e disegni animati siano roba da bambini ;)
Proprio ora che si sta discutendo di distinzione - e quindi in ultima analisi di divisione, di diairesi - mi trovo a tu per tu con un cattivo da videogame, di quelli che non dovrebbero creare nessuna difficoltà categoriale e adattarsi alla perfezione nella loro bella casella nera, che non vuole più essere solo cattivo... Nonostante il programma lo abbia creato così (tanto per non parlare di determinismo), Ralph ogni tanto vorrebbe trovarsi con gli amici, ricevere una pacca sulle spalle, mangiare una fetta di torta. Cose semplici eppure inarrivabili, perché lui è il CATTIVO e quindi non può (deve?) avere certe idee. C'è perfino un circolo per cattivi anonimi dove i vari uomini neri si confortano gli uni con gli altri per sopportare le micidiali aspettative del loro ruolo! E' un film geniale, devo dire, che mi conferma nella convinzione che ultimamente, con notevole ironia, le cose migliori che vedo sono pellicole d'animazione, che sembrano l'ultimo territorio dove è possibile esercitare l'intelligenza fuori dai vincoli del marketing.
Non voglio fare spoiling - anche se immagino sospetterete un happy end che ci sta tutto - ma la trama si snoda attraverso una serie di idee e situazioni che riescono a non perdere di vista l'ispirazione centrale, anche se la trattano e discutono con grande leggerezza, per chiudere su uno splendido esempio di confusione creativa sul quale invito chiunque ne abbia voglia a riflettere al di fuori degli schemi e pregiudizi correnti. Tipo il fatto che fumetti e disegni animati siano roba da bambini ;)
venerdì 25 ottobre 2013
In Time
Meglio tardi che mai, direte :) e non avrete neanche tutti i torti, solo che a volte la vita si diverte più del dovuto a complicartisi e il tempo per blog e meditazioni cinematografiche se ne va a quel paese. Be', alla fine però si torna e stavolta si torna niente male, anche se a dar retta ai pregiudizi si potrebbe essere scettici. Eppure Justin Timberlake se la cava eccome in In Time e il film ha quell'equilibrio azzeccato tra action e idea intelligente che gli fa perdonare qualche semplificazione di troppo. Il problema, come capita spesso, è che è tutto plausibile. In un mondo dedito alla commercializzazione della qualunque, cosa potrebbe esserci di più ovvio del trasformare il tempo in valuta? Nel delirio riduzionistico del discorso corrente e nell'apoteosi dell'ideologia brutale della concorrenza come filosofia di vita, un mondo retto dal conto alla rovescia ci sta, hai voglia se ci sta. D'altronde, il presenteismo di oggi non è già una versione soft di questo ragionamento? La tirannia del progetto e la precisione micidiale degli strumenti di misura non lo stanno annunciando da decenni? Quindi di che stupirsi?
Semplicemente dello smarrimento del senso. Tutta la retorica attuale si è dimenticata di questo piccolo dettaglio, del fatto che sofferenza e sacrificio diventano sopportabili solo in una prospettiva di significato più ampio, solo se puoi dartene conto, in un modo o nell'altro. Fini a se stessi, si rivelano presto come uno stratagemma da quattro soldi con cui qualcuno sta cercando di fregarti. E quando anche questo qualcuno non sa più perché lo fa, il cerchio è chiuso e se c'è ancora tempo si può cercare di ricominciare in modo meno idiota. Prescindendo dal film, a mio parere siamo esattamente a questo punto.
P.S. per la serie Avvistamenti: Matthew Bomer, di White Collar, inizia tutto e Johnny Galecki, di The Big Bang Theory, dimostra di non saper gestire granché il suo tempo :)
Semplicemente dello smarrimento del senso. Tutta la retorica attuale si è dimenticata di questo piccolo dettaglio, del fatto che sofferenza e sacrificio diventano sopportabili solo in una prospettiva di significato più ampio, solo se puoi dartene conto, in un modo o nell'altro. Fini a se stessi, si rivelano presto come uno stratagemma da quattro soldi con cui qualcuno sta cercando di fregarti. E quando anche questo qualcuno non sa più perché lo fa, il cerchio è chiuso e se c'è ancora tempo si può cercare di ricominciare in modo meno idiota. Prescindendo dal film, a mio parere siamo esattamente a questo punto.
P.S. per la serie Avvistamenti: Matthew Bomer, di White Collar, inizia tutto e Johnny Galecki, di The Big Bang Theory, dimostra di non saper gestire granché il suo tempo :)
domenica 25 agosto 2013
Wolverine e altro
A parte la ripetizione rassicurante, in effetti, non c'è granché da dire, né per Wolverine, né per gli altri film in cui sono più o meno inciampato in questo periodo :) E' vero che per la gran parte si tratta di operazioni commerciali più o meno azzeccate, ma come al solito vale la pena di guardare oltre l'ingannevole semplicità della spiegazione economica. E questo può dirsi per ogni spiegazione economica. L'ennesimo sequel (o prequel, perché no?) ci parla dell'inaridirsi dell'immaginazione degli autori del sistema dell'entertainment, che teoricamente dovrebbero esserne i più forniti, cosa che ci permette di disperarci per l'energia fantastica degli altri. L'incanto è merce rara, di questi tempi, e mi chiedo come potrebbe essere altrimenti in una visione del mondo sempre più avvitata nelle trappole produttivo-amministrative e nella lettura monodimensionale del mondo e dell'uomo. Questo però non spiega perché prodotti stanchi di tal fatta dovrebbero avere successo. Il sequel ci parla quindi anche di qualcos'altro, nascosto sotto i panni degli eroi Marvel o di altre versioni più recenti. Dell'effetto ninna nanna del racconto mitico in tutte le sue varianti, della frequentazione amicale e quotidiana degli eroi e del suo effetto balsamico su uno spirito esausto. C'è qualcosa di rituale nel reiterare schemi e avventure e a volte se ne sente il bisogno. Come nel rivedere per l'ennesima volta l'intero ciclo delle pellicole di Harry Potter, dopo aver letto e ascoltato i romanzi. Come nel tornare in viaggio nel Signore degli Anelli. Alle volte c'è da ritemprarsi e vista l'atmosfera del tempo sospetto che sia un'esigenza diffusa e pressante. E' buffo che queste storie disprezzate dalla Cultura con la maiuscola siano al tempo stesso motore economico e medicina per i disastri dell'economicismo. Il divertente è che l'industria cinematografica, dando loro sempre più spazio, rischia - è un rischio lontano, visti i tempi, ma chi può dire? - di lavorare contro se stessa e gli assiomi mai criticati che la rendono ciò che è. E questo, di nuovo, non vale solo per il cinema, ma per l'intera cultura estremo-occidentale, che non sa più a che droga votarsi per rendersi vagamente sopportabile e alla fine potrebbe aver trovato quella "sbagliata", capace di innescare un salto verso qualcos'altro. Bisognerà vedere quanto lo sdoganamento dell'immaginale potrà modificare un corso all'apparenza fissato, ma è pur sempre un inizio.
lunedì 15 luglio 2013
The Lone Ranger - Luigi Ghirri
In effetti non c'è molto da dire. The Lone Ranger mi è piaciuto, ma in certi casi sono piuttosto acritico, soprattutto davanti a un Johnny Depp che ritrova una recitazione minimalista fatta di microespressioni, variazioni sul filo dell'impercettibile eppure potenti, gesti calibrati ad arte, che sebbene al servizio di una storia da botteghino la rendono qualcosa di più. Forse, come accade molto spesso ultimamente, ce la saremmo cavata altrettanto bene, se non meglio, con una mezz'ora di film in meno. Pare però che in un tempo quantitativo la qualità non si riesca a concepire se non in confezioni extralarge, per cui le opzioni sono scarse: o si accetta la cosa con filosofia, in attesa di un risveglio collettivo dall'idiozia; o ci si rifugia in eremi d'autore, che non è detto vadano esenti dagli stessi problemi; o si dismette il cinema tout court. A guardarlo con occhi adeguati, però, il cinema conserva una sua magia nonostante. Nonostante le richieste dei produttori, la sbornia degli effetti speciali, le battute che non possono non esserci eccetera eccetera.
E' quasi sempre questione di sguardo, a dire il vero. Uno che ne era assolutamente convinto è Luigi Ghirri, maestro fotografo cui il MAXXI dedica una mostra articolata in tre parti: Icone, Paesaggi, Architetture, dall'eloquente titolo Pensare per immagini (fino al 27 ottobre prossimo). Una bella esperienza, casuale come la gran parte di quello che mi capita ultimamente, di incontro con un altro viandante che credeva fermamente nella possibilità di rieducare gli occhi alla meraviglia, a una ginnastica di scoperta e di incanto sempre meno praticata, con esiti tristemente evidenti. Il Catalogo di elementi architettonici ritratti e ribaditi nella falsamente piatta ripetizione delle periferie è forse un filo troppo concettuale, ma di grande efficacia nell'affermare l'inganno dello stereotipo, la beffa della produzione in serie, in ultima istanza l'illusione del controllo e della routine. E altri scatti lasciano senza fiato.
E' quasi sempre questione di sguardo, a dire il vero. Uno che ne era assolutamente convinto è Luigi Ghirri, maestro fotografo cui il MAXXI dedica una mostra articolata in tre parti: Icone, Paesaggi, Architetture, dall'eloquente titolo Pensare per immagini (fino al 27 ottobre prossimo). Una bella esperienza, casuale come la gran parte di quello che mi capita ultimamente, di incontro con un altro viandante che credeva fermamente nella possibilità di rieducare gli occhi alla meraviglia, a una ginnastica di scoperta e di incanto sempre meno praticata, con esiti tristemente evidenti. Il Catalogo di elementi architettonici ritratti e ribaditi nella falsamente piatta ripetizione delle periferie è forse un filo troppo concettuale, ma di grande efficacia nell'affermare l'inganno dello stereotipo, la beffa della produzione in serie, in ultima istanza l'illusione del controllo e della routine. E altri scatti lasciano senza fiato.
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