Come diceva Colli, c'è un tempo per vivere e un tempo per scrivere. Siccome, tra l'altro, scrivere non è facile, non è rilassante, non è la cosa più naturale del mondo come sembrano ritenere in molti, a volte ci si occupa a vivere tralasciando la seconda attività. E ci si trova con qualche film di ritardo :) Niente di che, ma il sempiterno senso del dovere (persino verso un blog sigh) spinge a rimettersi in paro. E' comunque vero che un po' di tempo è utile per trovare le tracce giuste da seguire, più che utile necessario oserei dire, e che così si scorgono prospettive non proprio immediate. Anonymous, ad esempio, è un film molto godibile, ma lasciato decantare offre spunti stimolanti. Da una parte un affondo vellutato alle pretese di esaustività che il nostro sapere accampa senza sosta, ormai quasi soltanto in forma di wishful thinking per il futuro, ma che comunque continuano a nutrire aspettative difficili da gestire al momento della smentita: ancora oggi, dopo tanto tempo, non sappiamo chi fosse Shakespeare, una delle voci più pure e meravigliose della letteratura mondiale. Ancora oggi, quando ne facciamo il nome, ci riferiamo a non si sa chi, eppure lo sanno in pochi e in meno ci fanno caso. Come accade, disgraziatamente, con la gran parte delle parole che di solito si adoperano. Illusi, boriosi e ignoranti, molto spesso... Ottime basi su cui costruire le nostre certezze. Perché meravigliarsi se poi si sgretolano? Su un versante più squisitamente sociologico - come dicono quelli che se ne intendono :) - è interessante invece considerare come vari la stima sociale verso certe attività, come i diversi status richiedano, in epoche e culture diverse, sacrifici, esclusioni e compromessi, attagliandosi alla meno peggio alla gran parte dei loro occupanti. E' quando capita ciò che il film adombra che i nodi vengono al pettine e il rapporto tensivo tra sociale e oltre dal sociale (ah, Simmel :D) si rivela inadatto, inutilmente riduttivo. E' quando il demone si presenta nel suo splendore che ogni discorso di medietà, adattamento e convenzione perde di senso. Bisognerebbe rifletterci con più attenzione e meno pigrizia mentale, se vivessimo in una cultura che si interessa ancora del benessere dei suoi membri. Ed è comunque buffo e doloroso pensare - se la tesi del film è vera - al presente, in cui scrivono cani e porci, e al tempo del Bardo, quando per riuscire a dar voce all'arte ci si doveva nascondere dietro lestofanti e mascherate, mettendo a rischio vita e ricchezze. Chissà se c'è una qualche relazione tra il costo di ciò che si scrive e la sua qualità...
Altro giro, altri regali. Terzo episodio della saga di Ironman, uno degli eroi più immaginalmente interessanti del periodo, dove il buon Tony Stark - il perfetto Robert Downey Jr - sconta le conseguenze dell'ultima avventura degli Avengers, accennando per una volta ai costi del confronto con l'inconcepibile, tema centrale per esempio in Lovecraft. Effetti speciali da centinaia di specialisti, ritmo a dir poco serrato, parecchia (auto)ironia e un buon modo per fare i conti col tema/problema della tecnologia e di quello che può derivarne. Di fatto Ironman è questo, il contraddittoriale attraverso cui la nostra cultura cerca di capirsi un po' meglio, di immaginare quali esiti potrebbero presentarsi alla corsa spesso insensata verso un progresso senza se e senza ma. Epperò non è questo che mi intriga ora: è piuttosto l'ennesimo segno del tempo, nascosto nell'iterazione. Si dice da più parti che i sequel non sono altro che il mezzo scelto da Hollywood per far soldi senza grossi rischi, alla faccia della mitologia dell'imprenditore e del suo agire d'azzardo. Sarà anche vero, per carità, ma secondo me c'è di più. C'è una forma di inganno che ci consente di evitare lo stigma sulla routine venuto con la modernità, l'orrore della ripetizione che invece ha sempre giocato un ruolo centrale nelle storie umane. Prima le avventure degli eroi erano quelle, emblematiche, iscritte in un tempo/non tempo, il tempo sacro dell'altrove. E narrarle portava lì, astraeva dalla realtà quotidiana e rinsaldava la circolarità della vita, una delle migliori strategie contro l'angoscia del tempo che scorre. Oggi nessuno vorrebbe riascoltare consapevolmente la stessa storia, ma tutti ne hanno bisogno e le nuove puntate salvano come sempre capra e cavoli: sembrano nuove, ma sono lo stesso racconto. E' qui il fascino del serial, un'altra derivazione paretiana che ci permette di aggirare uno dei tanti divieti che ci siamo imposti senza pensare, sull'onda di un altro fascino e di un'altra illusione.
domenica 12 maggio 2013
sabato 6 aprile 2013
J. Edgar vs Spiderman
Per quanto Clint Eastwood e Leo DiCaprio mi piacciano veramente tanto, J. Edgar mi ha lasciato piuttosto perplesso. Non è solo la strana qualità del trucco che, soprattutto col progredire della storia e l'invecchiare dei personaggi, li trasforma in maschere di plastilina più che in esseri umani - e sul perché ci si potrebbe interrogare; non è solo la difficoltà di empatizzare con un personaggio molto lontano dalle mie simpatie. Credo sia il disagio che genera la crescente consapevolezza che molti tratti della cultura attuale sono stati modellati e accentuati da psicopatici. Perché difficilmente J. Edgar può definirsi diversamente, oltre ad essere ipocrita e piccolo da altri punti di vista. Eppure ha dotato l'FBI, sua creatura, di procedure e mezzi che oggi appaiono ovvi, adeguati. Ha visto l'importanza della scienza applicata e dell'elaborazione statistica. E il fatto che fosse così... strano, come depone verso questa sensazione di ovvio? Stesso problema che si affaccia quando si consideri Frederick Taylor, il maggior responsabile della svolta organizzativa e razionalizzante che caratterizza (soffoca?) la stessa cultura: un uomo che dedicava gran parte delle sue risorse creative a trovare modi per non cadere dal letto di notte, quand'era regolarmente assalito da incubi. Stupisce che volesse avere tutto sotto controllo? Quello che stupisce di più è che una cultura intera abbia aderito a questa ossessione, facendola propria e spingendola sempre più in là, accoppiandola alla pretesa di performatività e di guadagno sempre e comunque, sempre maggiore, senza alcun pensiero alle conseguenze e ai costi. Temo ci sia da pensarci su.
Sembra piuttosto evidente, da quanto scritto sopra, che la sfida del titolo la vinca uno dei miei supereroi preferiti, lo stupefacente Uomo Ragno :) E non solo perché questo - che è in effetti l'ennesimo remake - mi libera definitivamente da quel carciofo di Tobey Maguire, che non ho mai capito come avesse fatto ad accaparrarsi la parte, ma perché segnala dei cambiamenti interessanti nel concepire l'eroe e le sue caratteristiche, peculiari della Weltanschauung americana. Peter Parker - un molto più adatto Andrew Garfield (che diavolo, è simpatico!) - è molto meno ossessionato di prima dal segreto e dalla preoccupazione (peraltro comprensibile, ma finora assolutizzata in modo soffocante) per chi lo circonda: ha un'aria più saggia - avevo pensato a "fatalistica", ma è un aggettivo che da noi ha pessimo corso... - più scanzonata e, soprattutto, si gode senza macerarsi la condizione di supereroe! Come dovrei aver già scritto, la questione è interessante e significativa: in una cultura dove l'originalità viene affermata come valore fondante, il supereroe tende a voler essere normale: si pensi a Smallville e a quel poveraccio di Superman, perennemente dilaniato dalla necessità di mentire su se stesso e i suoi rapporti. E' un po' il problema dell'"oltre da" simmeliano: sembra che il segreto della nostra originalità sia pericoloso e debba essere dissimulato, sostituito con un'eccentricità di facciata che lascia il tempo che trova. Una dialettica massacrante tra conformismo e modi di vita sempre più urlati e vuoti. Beh, Spiderman stavolta se ne frega! Si inebria dei suoi poteri - derivanti per di più dalla sua parte animale, e che animale! - e gestisce con una certa flessibilità i suoi rapporti. Diamine, mi piace assai e che invidia :D
Sembra piuttosto evidente, da quanto scritto sopra, che la sfida del titolo la vinca uno dei miei supereroi preferiti, lo stupefacente Uomo Ragno :) E non solo perché questo - che è in effetti l'ennesimo remake - mi libera definitivamente da quel carciofo di Tobey Maguire, che non ho mai capito come avesse fatto ad accaparrarsi la parte, ma perché segnala dei cambiamenti interessanti nel concepire l'eroe e le sue caratteristiche, peculiari della Weltanschauung americana. Peter Parker - un molto più adatto Andrew Garfield (che diavolo, è simpatico!) - è molto meno ossessionato di prima dal segreto e dalla preoccupazione (peraltro comprensibile, ma finora assolutizzata in modo soffocante) per chi lo circonda: ha un'aria più saggia - avevo pensato a "fatalistica", ma è un aggettivo che da noi ha pessimo corso... - più scanzonata e, soprattutto, si gode senza macerarsi la condizione di supereroe! Come dovrei aver già scritto, la questione è interessante e significativa: in una cultura dove l'originalità viene affermata come valore fondante, il supereroe tende a voler essere normale: si pensi a Smallville e a quel poveraccio di Superman, perennemente dilaniato dalla necessità di mentire su se stesso e i suoi rapporti. E' un po' il problema dell'"oltre da" simmeliano: sembra che il segreto della nostra originalità sia pericoloso e debba essere dissimulato, sostituito con un'eccentricità di facciata che lascia il tempo che trova. Una dialettica massacrante tra conformismo e modi di vita sempre più urlati e vuoti. Beh, Spiderman stavolta se ne frega! Si inebria dei suoi poteri - derivanti per di più dalla sua parte animale, e che animale! - e gestisce con una certa flessibilità i suoi rapporti. Diamine, mi piace assai e che invidia :D
martedì 12 marzo 2013
Django Unchained
Io non so quanto si possa restare geniali, né in effetti cosa voglia dire di preciso. Né, ancora, se voglia dire sempre la stessa cosa, lungo la vita di qualcuno, autore, artista, studioso, fabbro o qualunque strada abbia scelto. So però che ammiro Tarantino per la fedeltà al suo cammino, che non è sempre la stessa, ma in certo modo sì. Django non è Pulp Fiction, né altri suoi capolavori, ma è suo, senza un attimo di esitazione nell'attribuzione. E la narrazione è più distesa, meno sperimentale, forse sì. La domanda però è: e allora? (avevo in mente un'altra cosa, ma oggi mi sento ricercato :) Essere un innovatore significa innovare sempre e comunque o anche ricordarsi il gusto di una bella storia ha la sua importanza? Le parole d'ordine di questo tempo stupido cominciano seriamente a darmi sui nervi: l'obbligo al colpo di genio costringe a idiozie colossali e ad altrettanto colossali fraintendimenti, perché si può pensare che bastino i colpi di genio (o gli effetti speciali, per venire a una categoria corrente di deus ex machina) per creare una storia che valga la pena di essere narrata e ci si ritroverà con una bella gara a chi la spara più grossa... Parlavo di cinema, comunque, fedele specchio dei tempi, tant'è che al racconto di Django si è anche obiettato di essere razzista e irrispettoso. Altra tara esasperante: parlare di qualcosa è per forza essere pro o contro, l'aut/aut è arrivato a un tale punto di saturazione da pretendere di impedire ogni altra forma di comunicazione o espressione. Così se scrivo di Hitler divento nazista od offensivo per qualcuno; se giro un film sui razzisti manco di rispetto ai discendenti o sono a favore del Klan... Si può avere pietà di una cultura tanto stupida? Che pratica senza esitazione l'ipocrisia del politically correct senza rendersi conto di quanta magia vi si nasconda e non della migliore; che pensa sia meglio tacere che tentare di affrontare un problema o fare i conti col proprio passato e con la propria natura ambigua. Meno male che il buon Quentin questi problemi infimi non se li pone :)
venerdì 1 marzo 2013
Hysteria
Posso dirlo, non l'avrei mai immaginato :) Avevo visto il trailer, ma pensavo di aver frainteso. Non che si trattasse dell'invenzione del vibratore nel vero, reale senso del termine, né che la nostra briosa cultura avesse messo a punto procedure specifiche per il trattamento di una "malattia" che altro non era se non il frutto della rimozione radicale della nostra parte animale, nello specifico la parte femminile che da millenni terrorizza noi maschietti a livelli patologici. E invece... Parliamo proprio di questo, di una delle più raffinate strategie del paradigma scientifico-tecnologico - e medico, aggiungerei, anche se mi viene il dubbio che forse gli aggettivi andrebbero redistribuiti - per difendere la sua visione del mondo. Una visione parziale, distorta, allucinata che solo secoli di pratica sono riusciti a trasformare in senso comune e che le diverse figure irriducibili scontano, alla fine dell'Ottocento come oggi. Già, perché il motivo per cui hanno girato questa piacevole commedia - che ha anche il pregio di far ridere, incredibile ma vero! - non è tanto raccontarci quanto i nostri antenati temessero il piacere femminile; piuttosto mostrare come, dietro il velo del discorso scientifico, si nascondano pregiudizi, paure e interessi dei quali spesso neanche i vari paladini sono consapevoli. Spesso, ma non sempre. La definizione della "malattia" è interna al sistema; sovente ha dei motivi, un'utilità, una capacità di cura; a volte risponde ad altro: l'equilibrio del sistema stesso, la difesa delle sue allucinazioni o dei suoi pilastri (che capitano essere, sempre a volte, la stessa cosa), la distribuzione del potere nel suo seno. Ieri era l'isteria, oggi forse la sindrome da deficit d'attenzione o le difficoltà a socializzare o qualche forma di pazzia più adatta di altre per risolvere anomalie o mascherare verità scomode. Sì, con Hysteria si ride, ma è opportuno pensarci sopra, dopo.
domenica 17 febbraio 2013
Hugo Cabret
Mica una cosa facile. Un film che è un sacco di cose tutte insieme e che all'inizio finge di essere qualcosa che non è. Inizio non particolarmente azzeccato, tra l'altro, e stavolta non so se per una scelta di ritmo narrativo o per errore. Comunque, cos'è Hugo Cabret? Una fiaba, un atto d'amore verso il cinema, un messaggio tra le righe, un testo di riflessione immaginale. Questo e altro, contemporaneamente. Proprio ieri sera davo atto a un vecchio amico di aver intuito la potenza di questa parola molto prima di me; parola immensa, soprattutto per chi si ostina a restare chiuso nella logica discorsiva sequenziale. Penseremo pure in sequenza - e se ne potrebbe discutere - ma certo viviamo in sincronia: processi fisiologici, mentali, simbolici si intrecciano e si allontanano, avvengono senza cura per le nostre capacità analitiche o di comprensione. Aprire gli occhi a questa "semplice" constatazione è forse il primo passo verso la saggezza. Così, Hugo Cabret è questo sciame di significati, uno dei quali in particolare mi è piaciuto: l'incontro poetico tra meccanica e sogni, tra la rassicurazione esistenziale della struttura ("se tutto è connesso e ha un senso, allora anch'io ce l'ho") e il suo utilizzo non utilitaristico; il piegarsi delle due dimensioni principali dell'essere umano - homo sapiens e demens - l'una verso l'altra in un abbraccio disarmato è quello che mi augurerei per il prossimo secolo, non tanto per me che qualche passo l'ho già fatto, ma per questo povero mondo.
lunedì 11 febbraio 2013
The Following

Una sola chiosa, en passant: gli uomini vuoti non ci diventano per caso e non basta solo l'evacuazione di tutto ciò che non è razionale; occorre anche una disattenzione lunga e dolorosa per l'intero versante interiore, la trasformazione della cultura in una serva dell'economia, nel lavoro come nel marketing, l'abiura all'umanità come tratto programmatico di una visione del mondo. Orsù, continuiamo a preoccuparci di affari e finanza, gli uomini neri hanno quasi vinto.
lunedì 4 febbraio 2013
Last Resort
Spezzerò una lancia per Last Resort nella convinzione che si tratti di una serie one-shot, specie rara della quale sento la mancanza :) Mi rendo conto che l'idea stessa di serial è contraria a questo mio desiderio, perlomeno a uno sguardo superficiale e tanto per cambiare economico: cosa di meglio dal punto di vista della produzione di una narrazione che riesce a proseguire e farsi vendere per n stagioni, sostituendo pian piano (a volte neanche tanto piano) l'innovazione o addirittura la sperimentazione con la sana routine? Una routine, va detto, rassicurante sia per il fruitore che per il venditore, che inizia presto o tardi la combinatoria dei rapporti amorosi e una serie di colpi di scena prevedibili, sperimentati e capaci di soddisfare i più, i quali per l'appunto proprio quello andavano cercando: una storia nota sotto mentite spoglie, un altro modo per confermare il noto e fugare l'ignoto.
Però una serie può essere anche altro. Può essere narrazione di una storia che non si riesce a chiudere nell'arco breve di un film, strumento per tratteggiare personaggi di un certo spessore, indulgere in rimandi colti e divertiti capaci di rievocare un intero clima culturale - come nell'altro cult qui accanto, Life on Mars, che ricordo sempre con grande piacere e presto rivedrò - e soprattutto riascolterò! Può essere segno di un coraggio di cui si sente la mancanza: in minore, nella capacità di non tirare troppo la corda e rinunciare a possibili guadagni futuri in nome della coerenza di un racconto o di un'idea; in maggiore, nella creazione di personaggi di cui personalmente comincio a sentire la mancanza: personaggi forti, decisi, eroici nel giusto senso del termine. E' paradossale, ma una cultura dell'aut/aut, del bianco e nero in tutto, chiede al suo versante immaginale di supplire alle sue mancanze di raffinatezza e profondità e trasforma i suoi eroi in figure deboli, indecise, combattute - come sono d'altronde la gran parte dei suoi abitanti, fiaccati dalla costante erosione del carattere e dello spessore etico e morale.
Così non c'è neanche più salvezza nell'immaginazione. Anche lì troviamo gli stessi patetici uomini piccoli che ci circondano, incapaci di farsi carico del loro dono o del loro destino, pronti a vendersi per pochi denari e a volte, nei casi migliori, di avere il buon gusto di provarne vergogna. Non è questo che dovrebbero essere gli eroi. E non a caso il comandante Chaplin - un notevole Andre Braugher - non è affatto così: sa bene dov'è il giusto e dove lo sbagliato e si comporta di conseguenza, senza cedimenti e pagando il prezzo adeguato. Dice molto di una cultura che gli unici a comportarsi in modo degno siano un pugno di personaggi di fiction...
domenica 13 gennaio 2013
L'atlante delle nuvole
L'avevo detto che oggi avrei battuto un colpo per il versante più "sofisticato" del cinema. E così è stato. Cloud Atlas è un bel rientro, in special modo in matinée alle 11 :) Tanto per cambiare, il mio essere un tantino inattuale non mi ha fatto prendere coscienza in anticipo del dibattito innescato dal film, di cui trovate qui un buon riepilogo. Così non mi sono posto - come sempre d'altronde - domande sul botteghino, la ricezione del pubblico e le doti più specificamente filmiche della cosa. L'ho guardato in modo il più possibile im-mediato e devo dire che mi è piaciuto assai. Anzi, devo dire che quando esco da incontri di questo genere mi sento meno solo :) A essere proprio sincero, mi sono anche un tantino commosso, perché trovare la materia su cui rifletto e scrivo da anni, che cerco di insegnare e proporre alla critica soggettiva più ampia, fatta film è piacevole, dà un po' il senso di un sentiero che vale la pena di percorrere. E' vero, ormai la frase "Tutto è connesso" è perfino inflazionata. Se ripenso a Jurassic Park o a Dirk Gently agenzia investigativa olistica del compianto e geniale Douglas Adams, vedo le prime prese di coscienza visionarie, ma la domanda è: questa inflazione è dovuta solo a una moda oppure segnala un movimento profondo dell'immaginario? Come dicevo ieri, la narrazione di questo tempo è sempre meno coerente col regime diurno della modernità, sempre più sensibile e attenta alla relazione. Credo che Simmel si sarebbe commosso anche lui vedendolo, perché la sua Wechselwirkung è oggi racconto più o meno condiviso, interferenza continua tra scienza, pensiero orientale, arte e perfino industria cinematografica. E Durand non avrebbe potuto non notare che qui siamo in pieno notturno, nella confusione delle linee temporali - uno dei tabù più consolidati della nostra cultura - dei generi narrativi e sessuali, della coerenza narrativa che si emancipa dalla linearità del Logos per tentare di dire altro. Una sensazione, un'intuizione ancora informe, ma che viene precisandosi passo passo. Questo ritengo sia importante, al di là delle difficoltà o meno della trama, delle fulminazioni più o meno felici - bellissima l'idea dell'Unanimità e il refrain dell'Ordine, in piena critica dello strutturalismo razionale. Imho film e libri di questo genere annunciano un altro futuro possibile, per la nostra cultura e per la Terra.
sabato 12 gennaio 2013
I mercenari
Sì, è vero, non sto guardando film propriamente da intellettuale in questo periodo, anche se domattina dovrei riprendere la retta via :) E' anche vero, però, che a voler investigare i movimenti dell'immaginale troppa riflessione non serve: ci sono logiche che sfuggono alla logica e mettere un discorso in immagini può far pagare alle immagini un caro prezzo. Non che qui non ci siano altre logiche in gioco, per carità: spettacolo e botteghino riescono a essere anch'essi piuttosto fuorvianti, ma in un certo senso li trovo più malleabili, permeabili forse. E qui, in The Expendables, accade qualcosa di strano: Mickey Rourke in un raro momento di introspezione disegna il ritratto dell'uomo moderno, più che del mercenario stagionato: "nella mia testa è tutto buio, come Dracula"... Morte emozionale, morte valoriale, un volto imprevisto per gli "uomini vuoti" di Eliot in un contesto dei meno probabili. E non solo: una compagnia di macchine da guerra incallite che affronta un esercito e devasta fino alle fondamenta un'isola immaginaria del golfo caraibico per... amicizia, amore, ideali? Roba da matti! Slittamenti consapevoli o no, pochi testi dicono il tramonto dell'economicismo meglio di questa pellicola all-stars diretta da Rambo che mischia temi, ritmi e cliché con intuito notevole. Come se l'età che avanza liberasse da schemi soffocanti. Tra infanzia e vecchiaia ci sono molte più affinità di quanto non sembri.
giovedì 3 gennaio 2013
Mission Impossible - Protocollo fantasma
Va bene umanizzare gli eroi, per carità... La domanda è: perché? Quale strano meccanismo di assimilazione, omogeneizzazione ci spinge a non voler altro da noi, quando ciò che siamo notoriamente non ci fa impazzire? Abbiamo gli eroi classici, duri e puri, ma no, non possiamo accettare che non abbiano anche loro qualche debolezza. D'altronde pure Achille, no? Quindi... Non che in Mission Impossible 4 - Protocollo fantasma ci siano riusciti granché, ma la dinamica è diffusa e divertente: eroi in crisi esistenziale per la loro diversità, antieroi, abissi di contraddizione e sofferenza a gogo. Cos'è, invidia? O rifiuto di prendere atto della nostra imperfetta umanità? L'eroe sta lì apposta, per redimerci, sacrificarsi al nostro posto, accompagnarci per un po'. Perciò ogni tanto accettiamone uno senza se e senza ma, che passa da una peripezia impensabile a un'altra come noi passiamo da un canale all'altro alla tv e cerchiamo anche di essergli riconoscenti, perché il lavoro sporco qualcuno deve pur farlo :) Qui andiamo da un'esagerazione all'altra con ritmo ed effetti spettacolari e anche qualche risata. E alla fine un momento di tristezza, molto passeggero. Non sarà proprio intellettuale, ma godersi la pienezza del simbolo a volte è divertente!
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