domenica 29 maggio 2005

Torniamo ogni tanto al buon cinema europeo, eccheddiamine! Anche perché in effetti è uno di quelli che mi fa stranire meno, salvo alcuni film italiani dei quali abbiamo già discusso. In questo caso, addirittura, succedono cose che non vedevo da un po': gli uomini non sono tutti degli stronzi, uno è addirittura simpatico; i protagonisti non sono mossi da motivi sordidamente economici e neanche tutti afflitti da dubbi esistenziali che iniziano seriamente a sfibrarmi e una - per interposta persona - afferma una verità con la quale è il caso di ricominciare a fare i conti: a volte è bello abbandonarsi alla Vita, anche se sembra che il cielo ci debba cadere sul capo se lo facciamo: "È successo, perché non accettarlo?"
Ciò non toglie che forse il film sia pervaso da un ottimismo eccessivo, che però, per una volta, di nuovo, non è razionalistico, ma emozionale, fatto di onestà e gente capace di accettare le situazioni improbabili che il destino ci tira fra i piedi con l'elasticità sofferta necessaria. Non basta essere - o dirsi - di sinistra per accettare la diversità in casa propria!

venerdì 27 maggio 2005

Una piccola botta di nostalgia, unita all'esigenza di non stare a pensarci troppo su, ed ecco che dopo l'ultimo capitolo del prequel ti viene voglia della real thing e arrivi ad affittare la cassetta, perché nessuno si è preso il disturbo di mettere il dvd tra i titoli a noleggio *sigh* O tempora o mores Un bel tuffo nel passato di quelli seri - quasi trent'anni - e l'impossibilità di non apprezzare il sogno di Lucas... C'è sempre qualcosa di più in strade così lunghe da percorrere, come Il signore degli Anelli o la saga della Torre nera: qualcosa al limite dell'ossessione o dell'illuminazione, che chiama rispetto, nonostante le palle che ti può rompere o gli anni che aspetti per vedere il capolinea.
Ed è un capolinea illusorio, per alcuni. Diventa atmosfera, sogno, forma della percezione. Anche in minore, come il rantolo del cattivone o "la Forza sia con te" qui. O come la Terra di Mezzo lì, per i cui sentieri varrebbe tanto la pena smarrirsi...
Curioso, per una volta mi trovo veramente combattuto per un film della seconda serie di Star Wars! Laddove per il primo e il secondo il giudizio di incommensurabile rottura di palle mi si era affacciato radioso alla mente, stavolta - forse perché non solo esaurito, ma anche investito dalla prima afa estiva - le due ore e passa mi sono trascorse senza problemi, anche con un qualche fremito... Di buono c'è la sfumatura dell'estremismo dicotomico invece osannato in Le Crociate, la magnificenza estetica dei cityscapes e degli scontri. Di cattivo... Roba che si trascina, in effetti, e che continua a motivare la mia inascoltata preghiera che questo lungo prequel ci fosse risparmiato: i cavalieri Jedi sembrano una consorteria - oltretutto numericamente ridicola - di infingardi rimbambiti, che nonostante la postura meditativa e la millantata intuizione non si accorgono di avere il nemico fra i piedi finché non glielo evidenziano in viola, né che il futuro Lord Fener ha scritto in fronte il suo destino. L'assenza totale di pathos - non quel Pathos *grin* - che porta addirittura al desiderio che si sbrighino a farla, 'sta benedetta strage, così non ci si pensa più e che cmq negli episodi precedenti spingeva - me almeno! - a forme di odio violento verso i buoni pallosi. L'eroe maledetto che è un pollo al quadrato, al quale il lungo tirocinio e gli straordinari poteri non impediscono di farsi abbindolare dal cattivone come un fesso qualunque e che non riesce minimamente a comunicare il travaglio interiore, limitandosi per tutto il secondo tempo a esibire un aggrondamento simile a una paresi.
Beh, direi che basta. Un'ultima menzione d'onore al grande Cristopher Lee per il bello scontro iniziale e perché ha un magnifico retrogusto di Saruman

domenica 22 maggio 2005

Opinioni diverse sul film della serata. Accedo senza difficoltà all'evidenziatura di sottotrame di scarsa pertinenza e nessuno sviluppo e forse di una certa frammentarietà. Devo dire però che la gran parte delle regie attuali è molto più scomposta e disassemblata di questa e che, nel complesso, è stata un'esperienza interessante. Lavoro di William Friedkin del 1986, questo poliziesco ha già l'intuizione di quello che sarà, ma rappresenta comunque uno stato anteriore che tendiamo a dimenticare: tempi di regia rapidi quanto necessario, ma capaci anche di fermarsi su una coppia di rapaci in volo o su qualcosa più di 5 secondi di un balletto off Broadway, attori che quando scopano sono nudi e non in maglietta o avvolti da improbabili, vittoriane lenzuola, scontri fisici realistici, con cazzate, sofferenza e pochi colpi cattivi. A completare un cast di buoni attori tutti giovani, Willem Dafoe, John Turturro e, per seguire la tradizione degli avvistamenti, William L. Petersen, poi Gil Grissom in CSI, sin da allora assolutamente impedito nel camminare in modo decoroso
Ah dimenticavo: i buoni non sono buoni, anche se i cattivi sì e non c'è uno straccio di lieto fine, neanche per i personaggi secondari!

venerdì 20 maggio 2005

Troppe tesi tutte insieme e addio a ogni altro genere di attività, sociale o intellettuale che sia *sigh* Cmq, una nota al volo per infilare un'altra perla sulla collana del garage sound inaugurata con i testi dei Green Day. Un dischetto molto meno strutturato di American Idiot e anche meno energetico di Dookie, ma comunque un buon ascolto, con una tinta melodica che viene probabilmente dalla California e le venature di surf che le sono connaturate
Parlo dei Lit e di questo simpatico A place in the Sun dove accanto alle onnipresenti chitarre si trovano anche divertenti costruzioni testuali, come in Miserable che centellina il ritornello affibbiandogli significati a dir poco... eterogenei!



You make me come
You make me complete
You make me completely miserable


domenica 15 maggio 2005

Easy. Direi che la definizione è proprio questa, che sta per nullafacente che però non si annoia, ma si gode anzi il tempo che passa dilettandosi di faccende eminentemente inutili e guardando film dilettevoli e privi di un'evidente didattica. Alle volte è così liberatorio - come sosteneva rumorosamente un Guzzanti simil Funari
Definizione che si applica alla giornata odierna e al film che casualmente l'ha accompagnata, frutto della deliberata volontà di non macinare l'ennesimo titolo molto arretrato ma ben presente, in favore dell'offerta satellitare occasionale. E così un gioiellino passato - credo - piuttosto inosservato compare su questo diario immateriale. Casting geniale, attenzione creola alle facce e agli ambienti - una Nizza che a tratti sembra un backstage delle Crociate - leggerezza assoluta di regia per un Neil Jordan irlandese che tira fuori un film molto, molto francese. Splendidi Nick Nolte nella parte del buon ladrone e Tcheky Karyo in quella del suo affezionato angelo custode poliziotto.

venerdì 13 maggio 2005

Ripetitivo? Sì, può darsi È che quando cominci a prenderci la mano smetterla è un problema. Tra zapping e vecchi film le occasioni di intrecci e affioramenti si moltiplicano, sempre più complicate poi, tipo stasera. Si aspettava una replica di Lost e nel frattempo si girellava per il satellite... E casco su uno dei miei film preferiti, Payback con un
Mel Gibson ante Iesus assolutamente perfetto. Alcune scene e... Mi ritrovo David Paymer con la stessa giacca e lo stesso ruolo che ricopre in Line of Fire, altro serial niente male che tuttavia non mi si azzecca con gli orari. Mi trovo una Lucy Liu prechirurgia plastica (eh sì, la adoro ma dopo averla vista qui sono convinto che si sia fatta qualcosa!) che come prostituta sadomaso è da urlo, ma riecheggia di innumerevoli eco, da Ally McBeal ai due volumi di Kill Bill alle Charlie's Angels. E poi c'è Maria Bello, ex-ER e perfino, dico perfino, John Glover, papà cattivo di Lex Luthor in Smallville. Già così di suo sarebbe una messe di incroci niente male, ma il punto è che il film a me piace da matti perché è ispirato a The Hunter di Richard Stark, pseudonimo di uno dei maggiori giallisti del Novecento, Donald Westlake quando era in vena di scrivere pulp e, cribbio!, ci riusciva
Bien sûr, nous eûmes des orages
Vingt ans d'amour, c'est l'amour fol
Mille fois tu pris ton bagage
Mille fois je pris mon envol
Et chaque meuble se souvient
Dans cette chambre sans berceau
Des éclats des vieilles tempêtes
Plus rien ne ressemblait à rien
Tu avais perdu le goût de l'eau
Et moi celui de la conquête

{Refrain:}
Mais mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l'aube claire jusqu'à la fin du jour
Je t'aime encore tu sais je t'aime

Moi, je sais tous tes sortilèges
Tu sais tous mes envoûtements
Tu m'as gardé de pièges en pièges
Je t'ai perdue de temps en temps
Bien sûr tu pris quelques amants
Il fallait bien passer le temps
Il faut bien que le corps exulte
Finalement finalement
Il nous fallut bien du talent
Pour être vieux sans être adultes

{Refrain}
Oh, mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l'aube claire jusqu'à la fin du jour
Je t'aime encore, tu sais, je t'aime

Et plus le temps nous fait cortège
Et plus le temps nous fait tourment
Mais n'est-ce pas le pire piège
Que vivre en paix pour des amants
Bien sûr tu pleures un peu moins tôt
Je me déchire un peu plus tard
Nous protégeons moins nos mystères
On laisse moins faire le hasard
On se méfie du fil de l'eau
Mais c'est toujours la tendre guerre

{Refrain}
Oh, mon amour...
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l'aube claire jusqu'à la fin du jour
Je t'aime encore tu sais je t'aime.

Non credo che sia un problema di chi fa musica, ma di come fa musica. Se è un esercizio formale - per quanto geniale - o se dentro c'è (come direbbe Simmel) una parte di spirito. A Little Bit of Soul, direbbe questa volta Billy Joel Di canzoni che ti costellano la vita non ce ne sono poi tante, di canzoni - come questa di Jacques Brel - che ti risvegliano i brividi ad ogni ascolto, che ti tornano in mente nei contesti più diversi: per una serenata, per un momento di scoramento, per un pensiero inattuale... So che rischio linciaggi vari con la prossima affermazione, ma ci provo lo stesso, perché credo che qualcuno debba dirlo, anche se rompe e ti costringe all'ennesimo confronto con lo specchio. Siccome a volte sono un po' vile, lo dirò con uno dei miei autori preferiti, Giorgio Colli:

La vita come conservazione dell'individuo, propagazione della specie, è un quadro riduttivo: qui la necessità, la potenza, il bisogno, la fatica, il finalismo tracciano i modelli dell'uomo politico, dell'uomo economico. Ma la vita è anche gioco, o se si preferisce, è anche qualcos'altro, qualcosa di diverso da tutto quello che si è detto prima. Quando un pezzo di vita sottratto alla pena controbilancia tutto il resto, il pessimismo è vinto.

Ecco... La vita è anche gioia, ebrezza, pienezza. Non solo noia, afflizione, disgusto, autocommiserazione e stanchezza. E non è scritto da nessuna parte che ci debba essere equilibrio quantitativo tra le due facce della medaglia. Come dice in modo definitivo Colli, basta un piccolo momento di gioia per sconfiggere il dolore, tutto il dolore. Basta il coraggio di vivere anche un solo istante per il suo inaudito valore e tutto il resto assume le sue reali dimensioni. Come gli dèi greci, possiamo vivere - almeno per un poco - senza sforzo, con lievità.

giovedì 12 maggio 2005

Non è che non l'abbia capito che il tempo passa, tutt'altro. È che in effetti, al di là dell'avvenenza del suo avatar in John Doe, l'amico è veramente un mean bastard... Uno dei peggiori, aggiungerei che profitta della minima occasione per strofinarti un sale dolcissimo sulle ferite, per far nascere brividi dalla tanta terra di ricordi che ti porti dietro e sbatterti in faccia l'incredibile: che sono tutti quegli "io" morti e sepolti che ti fanno ciò che sei e che averli con te è splendido e
devastante. E così stasera me ne stavo bel bello a vedere l'ennesima serie di inganni e meschinità messa su in Desperate Housewives quando due delle eroine della serie si danno volontarie nell'organizzazione di un ballo scolastico dei rispettivi pargoli e il dj va a pizzicare un lento per l'appunto da brividi: Dust in the Wind. E come al solito con la canzone - come accadeva un sacco di anni fa - viene il disco. Uno dei miei primi acquisti (e qui credo che Eleo comincerà ad avere qualche difficoltà, visto che parliamo del 1978), uno di quegli oggetti di culto che era bello avere per le mani, rigirare, leggere in ogni sua minima e inutile parte, assaporare. E proprio
perché quel disco lo so, fa parte di me, è ancora qui accanto a me mentre io - imbastardito - ascolto Good Charlotte in mp3... Ne ricordo le fatidiche sleeves e il fatto che eoni fa ne usai una come copertina di una mia cassetta compilation - incredibile, le facevamo prima che qualche fenomeno pensasse di guadagnarci sopra un sacco di soldi - era questa qui accanto. Beh, da cosa
nasce cosa, invece di scansionarle mi dico che forse le trovo in linea... Pessima idea! Se c'è qualcuno che vuole andare a vedere i nostri eroi come sono oggi, beh si accomodi *sigh* Tutto sommato preferisco il ricordo agrodolce di un vecchio LP e gli altri brividi che avevo allora, quando pensavo a come doveva essere un concerto così...



mercoledì 11 maggio 2005

Se ci avessi messo un titolo, questo post si chiamerebbe con tutta probabilità "Rovi", una volta tanto senza nessun intento censorio o giudicante. Sarebbe perché la vita spesso funziona come i rovi... Non che ti graffia no - almeno non per quel che riguarda questa analogia - piuttosto che trattiene brandelli di cose: ciocche di capelli, strisce di stoffa, brani di carne, ciuffi di peli che restano lì a sventolare come stendardi, nella maggior parte dei casi senza nessuno che ci faccia caso. Però basta essere un po' più attenti e quelle piccole cose, povere cose possono ricordarti giorni, altre cose, persone. Possono diventare un trampolino, la fiamma di una candela.
Ieri seri sono andato a leggere e bere al Cinastik, già di per sé un osso di seppia perché è un nome che viene da una canzone di Vinicio
Capossela da quello che secondo me è il suo più bell'album, Il ballo di San Vito. Il ballo di San Vito canzone è un vero gioiello e, neanche a farlo apposta, è stata scelta dagli autori di John Doe come ideale colonna sonora dell'ultimo scontro tra John e Morte, di cui ho appena parlato. Comunque, mi trovo una bella poltrona tranquilla, mi doto di un Caol Ila con chaser ghiacciato e mi immergo nel buon Michel, che in questi giorni come può notarsi mi accompagna. C'era un certo brusio, anche se non la definirei una serata affollata, cercavo di concentrarmi e così ci ho messo un po' a notare la musica di sottofondo, un po' a riconoscere la voce, un po' a trovare il disco.
Ma poi, sulle note di Hang Down Your Head, tutto si è fatto chiaro. Un altro disco magnifico, due in un colpo solo! Con quella voce che sembra sempre abbaiare alla luna, Downtown Train non è più un hit della radio, ma un'opera d'arte. E il bello è che nessuno ci faceva caso e anch'io, nelle onde delle conversazioni e delle frasi, lo sentivo e non lo sentivo...