Ho la sensazione che stavolta non ci sarà una seconda stagione e a essere sinceri mi dispiace: il fatto che mi sia sparato le ultime quattro puntate tutte di fila qualcosa vorrà pure dire! Una serie molto, molto interessante, con una ricca serie di addentellati: il detective Sam Tyler viene investito nel 2008 e si sveglia nel 1973, con lo stesso grado e nel suo stesso commissariato. Solo che non è più il capo, ma dipende da un celebre figlio di... che altri non è che Harvey Keitel
Tanto perché il mondo dei serial non ha più nulla da invidiare al cinema. Una serie, per di più, in formidabile debito con cinema e musica, a partire dal titolo. Quando Sam deve mentire, usa regolarmente citazioni più o meno dotte dal cinema, come quando racconta alla madre di chiamarsi Luke Skywalker e gli ultimi episodi sono tutti giocati sull'affiorare in lui della sua parte oscura, mentre la musica, ah la musica è ovunque! Una colonna sonora da sballo, titoli di episodi presi di peso da hit del periodo, David Bowie che risuona da ogni altoparlante e anche qui citazioni, giochi di prestigio linguistici, battutacce. Poteva mancare il maggiore Tom in una serie così? Credo proprio che mi mancherà e mi trovo a un bivio: se la lasciano così, col finale - che ovviamente non rivelo - avranno tutto il mio rispetto, in questo stupido tempo di sequel e idee sfruttate oltre il limite del decente. Se invece riterranno di lasciarsi tentare, beh... una volta tanto cercherò di non stranirmi 
In segno di rispetto e riconoscenza una breve rassegna dei personaggi e interpreti: oltre a Harvey Keitel abbiamo il protagonista (Sam Tyler) Jason O'Mara, per niente irlandese; i suoi colleghi, Michael Imperioli e Jonathan Murphy, e la bella atipica Gretchen Mol, intelligente, per niente sexy o velina, ma molto, molto bella e stuzzicante. Direi che è tutto.
"Cos'è questo rumore?"
"E' la voce del vento!"
"E cosa dice?"
"Non lo so, non lo parlo il ventoso."
Secondo me si commenta da sé
un vero spasso, con i vecchi personaggi e un'aggiunta a metà tra Indiana Jones e il capitano Akab, il furetto Buck, che la fa da padrone per buona parte del film. Forte influsso del videogame, nel montaggio di una serie di inseguimenti più o meno pericolosi - notevolissimo quello di Syd e delle uova *lol*- ottimo doppiaggio come sempre, in una serie che mantiene un alto livello di creatività, umorismo e perizia compositiva. Un po' di spazio in più viene dato alla saga del simpatico animaletto Scrat, apripista della serie, e della sua ghianda, che stavolta si tinge di rosa con esiti spassosissimi per lasciarci poi in sospeso... per il quarto episodio, suppongo, che mi vedrà affezionato dalle parti della prima!
Leggo su un Espresso di qualche settimana fa (# 30, pp. 76-79):
"Popolarità, prestigio interno e internazionale, serietà, carisma. Tutto questo rappresenta oggi Angela 'Angie' Merkel, 55 anni, la cancelliera di Berlino [...]. 'Dagli asili all'università bisogna puntare tutto sulla cultura', è uno dei leitmotiv della Merkel. Non è solo uno slogan. Insieme ad Annette Schavan, ministro alla Cultura, ha varato la settimana scorsa un pacchetto da 18 miliardi da investire negli atenei entro il 2019."
Oggi invece mi trovo questo:
Le «10 domande» su Noemi e dintorni Berlusconi porta Repubblica in tribunale

E' difficile non mettersi a ridere, per un primo ministro che denuncia la stampa perché gli fa delle domande scomode... A parte l'ormai certificata estinzione del senso del ridicolo e l'impossibilità italica di attingere al tragico per vivacchiare invece tra il grottesco e il patetico, ho pensato di cambiare approccio, in una specie di delirio esperienziale partecipativo. Avviso quindi i miei studenti sin da ora: il primo che a lezione si azzarda a farmi una domanda, lo denuncio!!!

Or can it...?
Avrei ogni scusa per rimandare ancora questo post, dato che il condizionatore dello studio ha trovato modo di rompersi il 17 agosto
ormai data infausta assodata. Anche perché la visione risale a prima di Ferragosto, ma lì ero talmente in ferie che, a parte numerose scazzottate su FB, non mi andava di far nulla. Ora, invece, pian piano si riparte. Senza troppo entusiasmo, ma... Che è più o meno lo spirito con cui ho affrontato la visione di Irina Palm, sebbene me ne avessero parlato molto bene. E devo dar loro ragione. Un piccolo grande film che, a parte fare i conti con la Parte del diavolo della società - quella che in molti fingono non esista o ancora meglio che non li riguardi - sonda uno dei tanti luoghi comuni di cui ci si riempie spesso la bocca: "Per i miei figli farei qualunque cosa!" Ecco, nonna Maggie per suo nipote è veramente pronta a fare qualunque cosa. Perfino a scoprire di essere la migliore in un campo del quale difficilmente ci si vanta, almeno fino a quando non si è capito quanto è maledettamente ipocrita la società che ci circonda. Marianne Faithfull è fantastica, l'andamento del film ricorda le "vecchie" pellicole d'autore di quand'ero giovane, per il colore, il montaggio, i silenzi che miracolosamente riaffiorano nella tessitura per niente glamour della quotidianità. Da consigliare insomma senza un attimo di esitazione
Come è ormai un classico, il primo post dopo l'estate compete a un film che non avrei probabilmente visto in altre occasioni e all'annuncio di foto anglo-gallo-irlandesi che dovrei pubblicare a momenti su Flickr. Sui momenti, com'è ormai un classico, c'è da discutere *lol* Su In Bruges probabilmente pure
A quanto mi risulta è il primo film concepito come un lungo spot sull'omonima città belga dove - come afferma a un certo punto Ralph Fiennes - vanno troppo pochi turisti, trovandosi in un posto sfigato come il Belgio: meglio così. dopotutto, sennò la rovinerebbero... E in effetti i primi venti minuti potrebbero essere docufiction, anche un po' lenta. Poi però la trama comincia a svolgersi e l'atmosfera si fa surreale: dialoghi e situazioni degne del teatro dell'assurdo, fili che iniziano ad annodarsi per tessere infine un crescendo che culmina in una bella tragedia. E non sto facendo ironia. Alla fine torna tutto, persino il turista americano testardo e obeso. Colin Farrell sembra forse un po' troppo un cocker, ma quando serve lampeggia a dovere, come lo skinhead frocetto impara a sue spese; mentre Brendan Gleeson, con l'aria del killer per caso e controvoglia è notevole. Uno dei dialoghi della girandola conclusiva, sulla torre di Bruges, tra lui e Fiennes. è memorabile! Certo, se l'avessero fatto da Mad Eye Moody e Lord Voldemort in un qualche Harry Potter, sarebbe stato probabilmente inguardabile
In questo caso, però, Martin McDonagh ha le idee piuttosto chiare e dirige una pellicola veramente inattesa. E consigliabile. Come, a occhio, l'auspicata gita a Bruges 
Già che ho menzionato il teatro dell'assurdo, profitto per un commosso ricordo dei giorni irlandesi, quando al Players Theatre del Trinity College di Dublino ho beccato Krapp's Last Tape (qui accanto nell'interpretazione di Harold Pinter). A-D-O-R-O quel lavoro, il labirinto borgesiano che prende forma dalla voce disincarnata e irriconoscibile del vecchio che ascolta, collerico, mangiando banane... A che serve la memoria se la strappiamo dalle emozioni e la consegnamo in presa diretta a un nastro? E quando viviamo, se siamo così impegnati a registrare la nostra vita mentre scorre? Più che un doppio legame è un doppio abisso. E la rivelazione di un momento, anni dopo, fa solo rabbia... Una meraviglia, Beckett nei palazzi in cui ha studiato e poi insegnato. Con l'ameno clima che, più che di sky blue, fa parlare di Trinity blue, vista la mancanza di esperienza diretta del dublinese medio *lol* Come scrive una brillante autrice dell'isola verde, Marian Keyes, in un dialogo a Dublino: "Ma qui piove sempre???" "Cosa vuole che ne sappia, ho solo dodici anni!"
Come dicevo ieri su FB, ho deciso di scrivere la recensione oggi perché non volevo che stesse insieme al concerto del Boss... Dalle stelle alle stalle
E non si tratta semplicemente di poca aderenza al libro - che tra l'altro ho appena finito di ascoltare in una versione audiobook che dà una pista totale a TUTTI i film della saga - si tratta del fatto che questo film è IMPRESENTABILE. Ieri sera, per smettere di balbettare dalla rabbia, mi sono dovuto sparare le fine serie di Grey's Anatomy e di Lost. Oggi dovrei riuscire a mettere un po' d'ordine nella salva di insulti che mi viene in mente
Cominciamo così dalle giovani promesse, che sono al sesto - e dico sesto! - episodio: Harry e il suo degno amico Ron sono due statue di cera, hanno visi talmente immobili e inespressivi da sembrare la parodia di loro stessi fatta da Chiquito e Paquito e invece sono veri *sigh* Ginny è appena meglio, mentre Hermione è forse la sola decente dell'intero film, fatta salva Helena Bonham Carter nei panni di Bellatrix Lestrange, notevole anche se costretta a comportamenti assurdi. Ma di questo parliamo dopo *grrrr* Gli altri, tutti, sono stupefatti oppure pare che recitino da Marte, con un lag significativo nei tempi di reazione. Al che uno si chiede: ma è possibile che non se ne salvi uno, neanche Alan Rickman del quale ricordo parti da Snape decisamente graffianti? Viene il sospetto che la colpa sia, anche, a monte. E a monte c'è David Yates, a questo punto responsabile degli episodi più scialbi della serie e, per quanto riguarda questo, di uno dei peggiori film che mi ricordi! Non solo, pare che mr Yates venga chiamato "il pennello della Rowling", l'autrice, per la disponibilità ad attenersi alle sue direttive... Ora, non so se la Rowling si sia limitata a una supervisione o abbia lavorato anche alla sceneggiatura - assieme a un gruppo di incapaci in assoluto bisogno di cambiare spacciatore. Certo è che se i tempi e la recitazione fanno piangere, la costruzione narrativa fa urlare. E' come se avessero scelto gli episodi a casaccio e li avessero accozzati alla bell'e meglio, senza preoccuparsi di essere comprensibili o almeno di non essere ridicoli. Il risultato è francamente imbarazzante: battute fuori luogo - il dialogo conclusivo sulla torre dell'Astronomia fa venir voglia di buttarli tutti e tre di sotto! - scene inspiegabili, come la versione della scena clou sulla torre di cui sopra, aneddoti e personaggi senza alcuna connessione col resto. E non è che il libro sia un capolavoro, ma rispetto a questo è da Nobel per la letteratura. L'impressione è che dal quarto volume, cioè dal ritorno del Cattivone, la Rowling si sia destreggiata con difficoltà crescente e la scelta di cotanto regista per la gestione del versante cinematografico non ha fatto che peggiorare le cose. Mi sa tanto che l'ultima puntata della saga me la sento e basta!

L'ho aspettato per 32 anni, ma ne valeva la pena! Oh sì
Lo so che l'esperienza più vicina sembra sempre la migliore: è ancora vivida, intensa, mentre i concerti di anni o decenni prima restano come tracce vaghe, ma stavolta credo di potermi sbilanciare: direi che è il più bel concerto che mi sia capitato di vivere e "concerto" è un termine insufficiente. E pazienza per i Distinti nord-ovest, la scomodità dei trespoli e l'acustica che lasciava un po' a desiderare. La carica di questa banda di vecchietti al 35esimo anno di carriera è semplicemente indescrivibile. Ero partito con aspettative altissime, visti i commenti e le anticipazioni di tanti amici che erano riusciti a non perdersi le precedenti occasioni romane, mentre a me ne era sempre capitata una. E temevo il contraccolpo. E invece... Ne sono uscito esilarato, commosso, rifocillato. Il piacere del Boss nell'essere sul palco, la familiarità e l'agio con cui tutti seguono tutti, la potenza di fuoco della E Street Band quasi al gran completo - assoluti piano e batteria (Roy Bittan e Max Weinberg) e poi Little Steven, Clarence Clemons...
- e poi i brani con cui sono cresciuto, la vibrazione dello stadio in Born to Run, Badlands e soprattutto Thunder Road. Prima nella mia classifica personale degli All-time favorites, nonostante tutto e tutti. Certo, non ero sul prato, nel delirio. Forse non è più tempo, forse decidere di comprare i biglietti a una settimana dal concerto ti porta al settore 50, fila 61, forse chissenefrega, lo spettacolo dello stadio dal nido d'aquila era un bonus in più e un po' di contemplazione monarchica non guasta. Basta essersi ricordati il binocolo 
Ogni volta li guardo e provo
a immaginare come può essere. E ogni volta arrivo a una pallida rappresentazione di cosa può significare trovarsi davanti stadi, spianate, maree umane venute lì solo per te, appese alla tua chitarra, che rabbrividiscono e gridano al tuo cenno. Ogni volta mi arrendo e mi dico che nella prossima vita sarà il caso di provarci, perché dev'essere una sensazione quasi divina. Ieri poi c'era una telecamera proprio alle spalle del palco e sugli schermi arrivavano flash della vista sul pubblico, sull'Olimpico. Fortuna che non sono invidioso, altrimenti invece di essere felice per loro potrei essere parecchio stranito *lol*
Da piccolo avevo mille citazioni del Boss sul diario. Poi si cresce e a volte si dimentica. Altre volte si cambia diario. A volte si continua a sentirsi un po' rocker anche se si fanno cose che apparentemente non c'entrano niente. Così ho pensato di chiudere il post con una citazione lunga, di una canzone che non sentivo da tanti anni, di quelle che però non appena te le ricordi sono lì come se le avessi sentite il giorno prima. Ieri sera ne sono volate parecchie, ma la più gradita è stata senz'altro No Surrender:
Well, we bursted out of class
Had to get away from those fools
We learned more from a 3-minute record, baby
Than we ever learned in school
Tonight I hear the neighborhood drummer sound
I can feel my heart begin to pound
You say you're tired and you just want to close your eyes
And follow your dreams down
Chorus:
Well, we made a promise we swore we'd always remember
No retreat, baby, no surrender
Like soldiers in the winter's night
With a vow to defend
No retreat, baby, no surrender
Well, now young faces grow sad and old
And hearts of fire grow cold
We swore blood brothers against the wind
Now I'm ready to grow young again
And hear your sister's voice calling us home
Across the open yards
Well maybe we'll cut someplace of own
With these drums and these guitars

'Cause we made a promise we swore we'd always remember
No retreat, baby, no surrender
Blood brothers in the stormy night
With a vow to defend
No retreat, baby, no surrender
Now on the street tonight the lights grow dim
The walls of my room are closing in
There's a war outside still raging
You say it ain't ours anymore to win
I want to sleep beneath
Peaceful skies in my lover's bed
With a wide open country in my eyes
And these romantic dreams in my head
Once we made a promise we swore we'd always remember
No retreat, baby, no surrender
Blood brothers in a stormy night
With a vow to defend
No retreat, baby, no surrender
Non è strano che i mesi finiscano a spron battuto se presenzi alla discussione di 50 tesi in 3 giorni... Se poi al lavoro aggiungiamo i convegni, gli esami normali e la scrittura ordinaria c'è quasi da meravigliarsi che non vada peggio. O che si trovi il tempo per guardare anche un film ogni tanto, a parte la valanga di serial che, di loro, danno una certa dipendenza
Detto questo, una bella risata qui la si riesce a fare. Potrei divagare sulla circostanza che Funeral Party rientra in quei processi omeopatici di messa in prospettiva della morte cari a Maffesoli, che segnalano a modo loro la saturazione dell'approccio razionalistico e terrorizzato che ci porta a relegare i morenti negli ospedali, dietro barriere bianche o verdine, e poi i loro resti dietro alte mura. Sul fatto che molte piccole cose tradiscono la crescente insofferenza verso questo (ab)uso moderno: Mort di Terry Pratchett; John Doe, del quale si è già parlato tempo addietro; Six Feet Under, Ghost Whisperer e l'infinita corte di altri seriali che maneggiano più o meno genialmente l'argomento. Potrei in effetti, ma stasera non ne ho voglia. Sarà per un'altra volta
Andare a Parigi è sempre un'esperienza. Con la fortuna di una frequentazione non troppo episodica, poi, ci si riesce a muovere fuori dai frenetici ritmi turistici, andando per mostre, per vie, per luoghi meno abituali. E così, la settimana scorsa, oltre all'ormai tradizionale convegno solstiziale del CEAQ, mi sono fatto qualche regalino, come
sempre anche con l'aiuto di un po' di zen. Si parte con una personale dedicata a Kandinsky a Beaubourg, visitabile fino al 10 agosto, per chi si trovasse a passare da quelle parti. Viaggio molto esauriente - forse persino troppo - nell'opera di un artista centrale del Novecento, nel quale si dà a vedere con chiarezza cristallina lo spartiacque tra astrazione e organicità, tra ricerca di simmetria ed essenzialità e tripudio di forme giocose e viventi. Per quanto possa sembrare strano, la mia preferenza va in questo caso alle ultime fasi, dal logo della mostra in poi. Vi ho trovato anche un omaggio di Feininger che costituirà la copertina di un mio romanzo, sempre che prima o poi lo finisca :) Poi, per restare nell'artistico, sono inciampato in un'altra cosa della quale non avevo proprio idea:
una mostra proprio strana, per la quale l'eventuale visitatore dovrà sbrigarsi, perché regge fino al 29 giugno. Une image peut en cacher une autre, ossia tutte le illusioni ottiche, i trucchi compositivi, le sciarade in immagine e chi più ne ha più ne metta create da secoli a questa parte con gli intenti più diversi. Cose pregevoli, inusuali e la presenza significativa dei lavori di tre autori chiave: Arcimboldo (con tre delle Quattro stagioni), Dalì (imperdibile l'intervista in video) e Raetz, con una stupefacente ultima sala di opere vertiginose. C'è stata anche la Biblioteca François Mitterand, la Festa della Musica con un eccellente concerto al Centre Culturel Italien e la presentazione del libro di un amico, ma per questo un altro post 
E come Kakuzo Ozakura, l'autore del Libro del tè, che si addolorava per la rivolta delle tribù mongole nel XIII secolo non perché avesse causato morte e afflizione, ma perché aveva distrutto l'arte del tè, il più prezioso tra i frutti della cultura Song, anch'io so bene che il tè non è una bevanda qualunque. Quando diventa rituale, rappresenta tutta la capacità di vedere la grandezza nelle piccole cose. Dove si trova la bellezza? Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell'attimo una gemma di infinito?
Il rituale del tè, quel puntuale rinnovarsi degli stessi gesti e della stessa degustazione, quell'accesso a sensazioni semplici, autentiche e raffinate, quella libertà concessa a tutti, a poco prezzo, di diventare aristocratici del gusto, perché il tè è la bevanda dei ricchi così come dei poveri, il rituale del tè, quindi, ha la straordinaria virtù di aprire una breccia di serena armonia nell'assurdità delle nostre vite. Sì, l'universo tende segretamente alla vacuità, le anime perdute rimpiangono la bellezza, l'insensatezza ci accerchia. Allora beviamo una tazza di tè. Scende il silenzio, fuori si ode il vento che soffia, le foglie autunnali stormiscono e volano via, il gatto dorme in una calda luce. E, a ogni sorso, il tempo si sublima.
Muriel Barbery, L'eleganza del riccio, Roma, e/o, 2007, pp. 83-84.