venerdì 24 aprile 2009

David Bowie - Hunky DoryAdoro quando le cose si intrecciano e creano percorsi che non ti aspetti, si rinnovano e al tempo stesso conservano intatto il loro fascino e spessore. E' appena cominciato su Sky un nuovo serial, Life on Mars, che - come accade spesso, ultimamente - ha uno dei suoi punti di forza in uno dei capolavori rock di quand'ero piccolo. Parecchio piccolo, a dire il vero, 1973. Veramente piccolo *lol* Una di quelle cose che ti spinge a dire "canzoni così non se ne fanno più". E il tragico/ironico è che in effetti è proprio così, se l'industria dell'intrattenimento non trova niente di meglio che rispolverare vecchie glorie: The Who per i vari CSI, il corpus dei Beatles e degli Abba per il cinema, etc. Stavolta è toccato al Duca bianco, con la song omonima di cui non posso che riportare il testo:

It's a God awful small affair
To the girl with the mousey hair
But her mummy is yelling, "No!"
And her daddy has told her to go
But her friend is no where to be seen
Now she walks through her sunken dream
To the seat with the clearest view
And she's hooked to the silver screen
But the film is a sadd'ning bore
For she's lived it ten times or more
She could spit in the eyes of fools
As they ask her to focus on
David Bowie live
Sailors
Fighting in the dance hall
Oh man!
Look at those cavemen go
It's the freakiest show
Take a look at the lawman
Beating up the wrong guy
Oh man!
Wonder if he'll ever know
He's in the best selling show
Is there life on Mars?

It's on America's tortured brow
That Mickey Mouse has grown up a cow
Now the workers have struck for fame
'Cause Lennon's on sale again
See the mice in their million hordes
From Ibiza to the Norfolk Broads
Rule Britannia is out of bounds
To my mother, my dog, and clowns
But the film is a sadd'ning bore
'Cause I wrote it ten times or more
It's about to be writ again
As I ask you to focus on

Sailors
Fighting in the dance hall
Oh man!
Look at those cavemen go
It's the freakiest show
Take a look at the lawman
Beating up the wrong guy
Oh man!
Wonder if he'll ever know
He's in the best selling show
Is there life on Mars?


E naturalmente la storia dell'investigatore catapultato non si sa come nel 1973 permette di inanellare una perla dopo l'altra, solo nella prima puntata di nuovo The Who e gli Stones. Che dire? Che certi serial sono quasi meglio da ascoltare che da vedere Non tutti, a essere sinceri. Altri, come ad esempio Dexter, meritano di essere visti e ascoltati con grande attenzione e godimento. Già, Dexter, il nostro serial killer preferito, che con la sua complicata galleria di maschere offre uno spaccato dell'uomo del XXI secolo che batte gran parte degli scritti di sociologia in cui mi sono imbattuto finora! Uno dei recenti colpi di genio è la "rivelazione" del suo essere tossicodipendente, che ribalta tutti i pregiudizi sull'etichetta, mostrandone senza pietà la componente rassicurante: meglio tossico che qualcos'altro, che nessuno sa cosa sia ed è quindi destabilizzante al massimo, atopico direbbe Rella...
Dexter

domenica 19 aprile 2009

Chi canta fuori dal coro è comunista

Già lo so che mi mancherà. Come mi mancano quelli che sono già andati, Biagi, Bobbio e gli altri per cui era ancora possibile sentirsi orgogliosi di essere italiani. Scalfari è uno degli ultimi, oramai, e ne saranno lieti gli antropologicamente mutati di cui parla all'inizio di quest'ennesimo, lucido editoriale. Come molti altri suoi articoli, qualcosa da ponderare con attenzione per cercare di capire com'è possibile vivere in tempi come questi, in un paese come questo dove a indignarsi sono gli indegni e i pochi fuori dal coro quasi si vergognano e aspettano che passi il lungo inverno.
Banned Television

martedì 14 aprile 2009

Gran TorinoStavolta la parola è "essenziale". Aggiungerei scabro, visto che sento come un'eco di Ungaretti. Scabro ed essenziale come un ciottolo di fiume. O un giardino zen. Vedere opere di questo genere mi riempie di gioia: è la dimostrazione lampante che tutte le fesserie che si scrivono ultimamente sulla creatività e gli ausili tecnologici senza i quali, poverina, non riesce a dare i suoi frutti sono per l'appunto fesserie. Alibi. Mosse non troppo sottili per scusare la superficialità e il vuoto che la gran parte di noi si porta dentro. E Eastwood è a sua volta una figura che illustra al meglio l'idea di Bildung e il tema del carattere caro a James Hillman. Un cammino ininterrotto, contento di ogni passo, dove ogni passo non serve per andare da qualche parte ma conta in sé, per il momento in cui viene mosso e il senso che crea.
Il tema del diverso, dell'odio che ispira, si sfalda lentamente in pregiudizi e riflessi di paure e ignoranze, in mancanze troppo profonde per esser dette e che consentono solo l'azione vile. Tutto è formalizzato, dagli insulti tra gang ai pasti a casa dei vicini musi gialli, ma è evidente che si tratta di modulazioni di diversa ampiezza della stessa forma: da una parte la recita che deve convincere per primo chi la mette in scena (di esistere, di valere qualcosa, di essere qualcuno); dall'altra il legame tra persone e generazioni, lo spessore della cultura condivisa. Anch'essa capace di pregiudizi, naturalmente, come tutte le culture, ma perlomeno viva e accogliente per i suoi componenti. E anche per qualche raro outsider. L'uso sottile della forma è, infine, quello che consente la mossa vincente. Uno scacco, bisogna ammetterlo, che tradisce l'unica "debolezza" del film: la fiducia ancora non appannata nel funzionamento delle istituzioni, nella macchina della giustizia, in un sistema di aspettative che purtroppo ha dimostrato più e più volte di non essere così affidabile. A noi sarebbe mai venuto in mente un epilogo così?

domenica 5 aprile 2009

Gli amici del bar MargheritaCarino, sì. Parecchie risate. Un tono agrodolce piacevole, di un'emozione complicata, come dev'essere in effetti l'amarcord di uno che ha vissuto parecchio, che ama narrare. E poi un cast di tutto rispetto: non li elenco tutti perché mi verrebbe un crampo e perderei ore a cercare i link sono qui accanto, comunque, facce note, simpatiche, di gente in gamba. A ripensarci adesso questo tono rimane in primo piano, come un retrogusto sapientemente dosato. E forse risponde in parte alla domanda implicita fin dall'inizio: sì, vabbè, ma perché? Cui prodest questo film? Facce note, sketch noti, caratteri sempre quelli, amati ma ripetuti, appena variati da anni - tranne forse un Luigi Lo Cascio inedito nel ruolo dello schizzato linfomane e tanto bravo di risultare inquietante. C'è il bello della ridondanza, la ripetizione. La familiarità cui si unisce un po' di sano rimpianto per tempi semplici e rituali chiari, come la comitiva omofila del bar, il biliardo e il night club. Non so, in effetti. Però certo, tutto detto e tutto riflettuto, alla domanda "Ci saresti andato se avessi saputo com'era?" credo risponderei senza troppi rimpianti di no.
Giù al nordE meno male che quando parliamo di pregiudizi e campanilismi pensiamo di avere anche in questo triste campo una qualche eccellenza! A giudicare dal delizioso Giù al nord c'è da rivedere radicalmente i nostri criteri: se in Italia pensiamo più o meno male gli uni degli altri, a suon di stereotipi, restiamo cmq legati a una certa verosimiglianza, laddove il Nord-Pas de Calais tratteggiato nel film è un luogo leggendario di nebbia ghiacciata e temperature polari, dove il sole scompare senza preavviso, la gente parla in modo incomprensibile (e su questo abbiamo anche noi belle carte da giocare lol) ed è poco più che selvaggia e la sopravvivenza, in generale, è difficoltosa. Il direttore in punizione di un ufficio postale scoprirà che il detto locale "uno del sud che viene al nord raglia due volte: quando arriva e quando parte" è molto, molto accurato. Le sue avventure/disavventure sono veramente esilaranti, come accade spesso nelle commedie francesi azzeccate. Da segnalare i due protagonisti, l'algerino Kad Mérad e Dany Boon, anche sceneggiatore e regista.

domenica 29 marzo 2009

Umberto Boccioni - Visioni simultanee
Ieri (e oggi, è bene ricordarlo :) era una delle Giornate di Primavera del FAI, il Fondo per l'Ambiente italiano, istituzione meritevole che tenta di rimediare alla "disattenzione" di governo e parlamento (la minuscola è voluta) verso la questione artistica e ambientale. Di cui, faccio presente, l'Italia sarebbe la prima titolare mondiale con percentuali bulgare di beni di altissimo pregio e uno scenario naturale tra i più vari e affascinanti esistenti - almeno fino a qualche decennio fa... Anyway, per quanto apprezzi l'opera del FAI non posso non notare che la strategia adottata finora per riportare la "gente" a contatto con i monumenti altrimenti indisponibili lascia piuttosto a desiderare. Ieri si è andati a vedere palazzo Koch, sede della Banca d'Italia. Perlomeno, ci si è provato. Verso via dei Serpenti c'era una fila a esaurimento di circa 200 persone; dall'altra parte, via del Mazzarino, la fila arrivava in fondo alla via in questione ed era in aumento costante. I volontari ci hanno gentilmente informato, alle due di pomeriggio, che avevamo di fronte più di due ore e mezza di attesa perché, tra l'altro, avevano scoperto che il giro di visita non riusciva a durare 7-8 minuti come da previsione, bensì arrivava al quarto d'ora. Evidentemente non avevano abbastanza pattini da distribuire ai convenuti. Credo che sarebbe tempo di sostituire l'approccio pseudodemocratico/quantitativo con qualcosa di più attento, magari diffuso su più date, con prenotazioni telematiche etc.
Cmq dopo qualche chiacchiera e risata abbiamo deciso di cambiare obiettivo e siamo andati alle vicine Scuderie del Quirinale, dove - alla mostra del Futurismo - non c'era praticamente nessuno *lol* Bella mostra, devo dire, contrariamente alle tante critiche lette in giro sulla frammentazione campanilistica delle celebrazioni per il centenario. Non amo le iniziative enciclopediche in cui l'attenzione cede dopo poche sale e ci si trascina a stento fino alla fine senza ricordare praticamente nulla. Qui il rapporto opera/spazio è giusto per valorizzare le opere, lasciare che respirino e creino attorno a sé la famosa aura che dovrebbe ormai essere scomparsa... Peccato come al solito per un'illuminazione spesso da incompetenti, che obbliga a spostamenti rabdomantici in giro per le sale alla ricerca di un punto di vista possibile! A parte questo, ho ormai deciso che Umberto Boccioni è uno dei miei preferiti, uno di quelli che se ne sono andati probabilmente troppo presto, anche se di recente ho qualche dubbio sulla pertinenza di simii osservazioni... L'ottimismo è più forte della ragione, però, e una ricerca che aveva portato agli Stati d'animo (sotto il 2) - esempio di una mirabile sinestesia - o alle Visioni simultanee qui sopra avrebbe dato chissà quali altri frutti. Da segnalare un magnifico Severini, La danza del Pan Pan al Monico, un grande formato che irradia le sue armonie coloriche per l'intero pianterreno, un bel Picabia verso la fine e I funerali dell'anarchico Galli di Carrà, che è sempre un gran bel vedere. Nel complesso i pregiudizi giovanili che nutrivo verso il movimento cedono il passo a una coscienza estetica più matura e ogni incontro col Futurismo rivela nuove sfumature ed emozioni: una delle ultime occasioni in cui riflessione intellettuale e risultato artistico si rafforzano e completano in una bella esperienza.
Umberto Boccioni - Stati d'animo II Quelli che vanno 

domenica 22 marzo 2009

The WrestlerLa parola è "tardi". Quella che descrive il film, intendo. Spero vivamente che per Mickey Rourke, nella vita reale, non valga, perché non credo se lo meriti. A guardarlo si direbbe che abbia pagato abbastanza e un po' di pace e di soddisfazione alle volte ci stanno. Per the Ram, invece, è decisamente tardi. Non per toccare un'ultima volta la platea e non mi riferisco solo al suo pubblico, la sua famiglia. Parlo anche di noi al cinema, col fiato corto se non addirittura in apnea, collo stomaco chiuso e un'incredibile, spiazzante sensazione di fragilità allo sterno, proprio lì dove c'è la cicatrice. A furia di sentirlo usare in contesti grigi come X factor, avevo perso il senso del verbo "arrivare". Qui invece mi è stato restituito appieno, se non portato a nuove capacità descrittive. Non so quanto bravo sia stato Sean Penn - che peraltro adoro - ma stavolta so a prescindere che l'Oscar se lo sarebbe meritato tutto questo "vecchio pezzo di carne maciullata", perché non mi ricordo che qualcun altro mi sia arrivato così dentro, che sia riuscito a trasmettere con una tale efficacia animale il senso del guerriero e della sconfitta. Perché Randy non è un padre, né un compagno, né un banchista. E' uno che è nato per combattere, ha il suo demone impietoso e feroce e come un antico sacerdote non può che dargli il sacrificio che pretende. Non solo sua figlia, non solo una bellissima e struggente Marisa Tomei... D'altronde si sa - e raramente si apprende con tanta chiarezza - il demone è smisurato.

Mickey Rourke in The Wrestler
 
Ponyo sulla scoglieraE' un film che farei vedere ripetutamente a quelli che si sperticano ogni momento sull'aiuto che le nuove tecnologie non possono non dare alla creatività umana. Come se si trattasse di strumenti e non di qualcos'altro, che ci stiamo applicando a smantellare, a delegittimare, a negare. A rinnegare forse è persino meglio. Il contatto profondo con le sorgenti dell'ispirazione, la gioia della narrazione a prescindere dagli schemi correnti, l'essere visionario senza cliché e snobismi, l'essere umano in tutta la giocosità e la spensieratezza che sono appannaggio del puer aeternus che dovremmo ricordarci di essere un po' più spesso: queste sono le doti che ammiro e un po' invidio - con misura - in Hayao Miyazaki, ripetutamente ospite di queste pagine (vedi qui e qui). Forse più del solito, in Ponyo sulla scogliera, la dimensione onirica dilaga e impera, un po' come il mare possente di pesci/onde che la piccola Ponyo cavalca esultante. Numerose scene e inquadrature sono veri e propri quadri ed echi di altri autori amati risuonano un po' dappertutto, in particolare Moebius e Pazienza. Ma l'espressività della piccola creatura marina, la gestualità adorabile che il maestro e la sua équipe le hanno donato, sono tutta farina del sacco di Miyazaki e del suo amore per i piccoli eroi, che riescono a essere al centro di vicende molto più grandi di loro senza che la loro freschezza o la drammaticità del tema ne risentano. La sequenza iniziale della rete a strascico che cattura Ponyo è un'accusa feroce all'incuria idiota con la quale gli uomini trattano il mare, come l'intero film è la profezia o il sogno di una nuova alleanza. Quasi per nulla didascalico. Estremamente poetico. Terribilmente inattuale.

sabato 21 marzo 2009

Jack Bauer
Ho finito di vedere la sesta stagione di 24 con grande ritardo sui palinsesti, perché ho cercato di seguire il mio ritmo interno e non posso che dire chapeau! La scrittura è serrata e ansiogena come e più del solito, le insidie della famigerata ripetizione scansate attraverso l'uso sapiente di temi secondari e variazioni e una maestria nel ritmo e nella regia di cui si vedono pochi esempi. E poi... Poi c'è Jack Bauer, l'eroe di questo tempo, uno dei pochi miti che la nostra cultura è riuscita a esprimere. C'è in lui tutta la tragedia della nostra particolare condizione: l'ardere dei vecchi valori e lo scontro perenne con quello che la società ci ammannisce, le contraddizioni laceranti che questo cocktail impone a chi ne sia portatore, il paradosso sistemico che va ben oltre e insiste in ogni modo possibile sul fatto che puoi salvare la struttura solo tradendone lo spirito, che la devi salvare da se stessa e dai suoi malefini regolamenti e controlli, ma che questo non ti farà star meglio, perché la struttura la porti dentro e anche se la tradisci per amore la tradisci comunque... E Kiefer Sutherland è perfettamente nella parte. E' il capro e il carnefice, la giustizia, il giudice e l'umiltà, lo strumento e l'occhio che lo guarda da lontano. Mi sembra difficile non amare Jack Bauer. Io perlomeno non ci riesco

sabato 7 marzo 2009

WatchmenNon credo di ricordare un lieto fine peggiore! Una di quelle cose come l'ultima ciliegia che fa schifo e ti rovina la bocca dopo una splendida scorpacciata o l'insoddisfazione che viene a volte quando si è ottenuto qualcosa con l'inganno. E proprio di questo si tratta, o meglio non solo ma in buona parte: carpire il lieto fine a spese di... Beh, non voglio fare lo spoiler, per cui non elaboro ulteriormente su questo, bensì sulla parte ancora più acida e indigesta: sul fatto che è veramente l'unica maniera di immaginare un happy end. Il che è terribilmente deprimente. Per fare il bene dell'umanità bisogna ingannarla, perché è talmente stupida da non riuscire a farlo in altro modo. Come dice il Comico, gran bel personaggio contraddittoriale col simpatico volto di Jeffrey Dean Morgan (già visto in Grey's Anatomy), "noi supereroi siamo qui per proteggere gli americani!" "Da cosa?" gli si chiede. "Ovvio, da se stessi!" Approccio disincantato che torna con un'altra battuta memorabile: "Sai qual è il problema del sogno americano? Che si è realizzato!" Immagino che in parecchi noteranno come non possa non essere visceralmente d'accordo con questo mood, che di questi tempi sembra imporsi contro ogni ragionevole (o meno) obiezione. D'altronde vivo in un paese dove si pensa di reagire alla crisi con un gigantesco condono edilizio, come se il tema ambientale fosse una fisima da "abbronzati" e non l'unico tema che val la pena di prendere in considerazione. Il dottor Manhattan e Ozymandias l'hanno capito perfettamente, come hanno capito che l'unico sistema per sanarlo è travestirlo col sangue e l'inganno. A parte questo, pellicola interessante: un po' lenta, soprattutto all'inizio, ma mai noiosa. L'atmosfera che ricrea, da ucronici anni '50, pervade e affascina; gli attori - nessun volto particolarmente noto, buon livello medio di performance - sono giusti per dei supereroi in minore, privi di caratteri distintivi, semplici guardiani più che altro, come il titolo suggerisce. Gente di buona volontà che paga un prezzo alto, niente di straordinario. Bello il personaggio di Rorschach, Manhattan mi lascia un po' perplesso. Su Silk Spectre niente da ridire
The Comedian