Come dicevo ieri su FB, ho deciso di scrivere la recensione oggi perché non volevo che stesse insieme al concerto del Boss... Dalle stelle alle stalle
E non si tratta semplicemente di poca aderenza al libro - che tra l'altro ho appena finito di ascoltare in una versione audiobook che dà una pista totale a TUTTI i film della saga - si tratta del fatto che questo film è IMPRESENTABILE. Ieri sera, per smettere di balbettare dalla rabbia, mi sono dovuto sparare le fine serie di Grey's Anatomy e di Lost. Oggi dovrei riuscire a mettere un po' d'ordine nella salva di insulti che mi viene in mente
Cominciamo così dalle giovani promesse, che sono al sesto - e dico sesto! - episodio: Harry e il suo degno amico Ron sono due statue di cera, hanno visi talmente immobili e inespressivi da sembrare la parodia di loro stessi fatta da Chiquito e Paquito e invece sono veri *sigh* Ginny è appena meglio, mentre Hermione è forse la sola decente dell'intero film, fatta salva Helena Bonham Carter nei panni di Bellatrix Lestrange, notevole anche se costretta a comportamenti assurdi. Ma di questo parliamo dopo *grrrr* Gli altri, tutti, sono stupefatti oppure pare che recitino da Marte, con un lag significativo nei tempi di reazione. Al che uno si chiede: ma è possibile che non se ne salvi uno, neanche Alan Rickman del quale ricordo parti da Snape decisamente graffianti? Viene il sospetto che la colpa sia, anche, a monte. E a monte c'è David Yates, a questo punto responsabile degli episodi più scialbi della serie e, per quanto riguarda questo, di uno dei peggiori film che mi ricordi! Non solo, pare che mr Yates venga chiamato "il pennello della Rowling", l'autrice, per la disponibilità ad attenersi alle sue direttive... Ora, non so se la Rowling si sia limitata a una supervisione o abbia lavorato anche alla sceneggiatura - assieme a un gruppo di incapaci in assoluto bisogno di cambiare spacciatore. Certo è che se i tempi e la recitazione fanno piangere, la costruzione narrativa fa urlare. E' come se avessero scelto gli episodi a casaccio e li avessero accozzati alla bell'e meglio, senza preoccuparsi di essere comprensibili o almeno di non essere ridicoli. Il risultato è francamente imbarazzante: battute fuori luogo - il dialogo conclusivo sulla torre dell'Astronomia fa venir voglia di buttarli tutti e tre di sotto! - scene inspiegabili, come la versione della scena clou sulla torre di cui sopra, aneddoti e personaggi senza alcuna connessione col resto. E non è che il libro sia un capolavoro, ma rispetto a questo è da Nobel per la letteratura. L'impressione è che dal quarto volume, cioè dal ritorno del Cattivone, la Rowling si sia destreggiata con difficoltà crescente e la scelta di cotanto regista per la gestione del versante cinematografico non ha fatto che peggiorare le cose. Mi sa tanto che l'ultima puntata della saga me la sento e basta!

L'ho aspettato per 32 anni, ma ne valeva la pena! Oh sì
Lo so che l'esperienza più vicina sembra sempre la migliore: è ancora vivida, intensa, mentre i concerti di anni o decenni prima restano come tracce vaghe, ma stavolta credo di potermi sbilanciare: direi che è il più bel concerto che mi sia capitato di vivere e "concerto" è un termine insufficiente. E pazienza per i Distinti nord-ovest, la scomodità dei trespoli e l'acustica che lasciava un po' a desiderare. La carica di questa banda di vecchietti al 35esimo anno di carriera è semplicemente indescrivibile. Ero partito con aspettative altissime, visti i commenti e le anticipazioni di tanti amici che erano riusciti a non perdersi le precedenti occasioni romane, mentre a me ne era sempre capitata una. E temevo il contraccolpo. E invece... Ne sono uscito esilarato, commosso, rifocillato. Il piacere del Boss nell'essere sul palco, la familiarità e l'agio con cui tutti seguono tutti, la potenza di fuoco della E Street Band quasi al gran completo - assoluti piano e batteria (Roy Bittan e Max Weinberg) e poi Little Steven, Clarence Clemons...
- e poi i brani con cui sono cresciuto, la vibrazione dello stadio in Born to Run, Badlands e soprattutto Thunder Road. Prima nella mia classifica personale degli All-time favorites, nonostante tutto e tutti. Certo, non ero sul prato, nel delirio. Forse non è più tempo, forse decidere di comprare i biglietti a una settimana dal concerto ti porta al settore 50, fila 61, forse chissenefrega, lo spettacolo dello stadio dal nido d'aquila era un bonus in più e un po' di contemplazione monarchica non guasta. Basta essersi ricordati il binocolo 
Ogni volta li guardo e provo
a immaginare come può essere. E ogni volta arrivo a una pallida rappresentazione di cosa può significare trovarsi davanti stadi, spianate, maree umane venute lì solo per te, appese alla tua chitarra, che rabbrividiscono e gridano al tuo cenno. Ogni volta mi arrendo e mi dico che nella prossima vita sarà il caso di provarci, perché dev'essere una sensazione quasi divina. Ieri poi c'era una telecamera proprio alle spalle del palco e sugli schermi arrivavano flash della vista sul pubblico, sull'Olimpico. Fortuna che non sono invidioso, altrimenti invece di essere felice per loro potrei essere parecchio stranito *lol*
Da piccolo avevo mille citazioni del Boss sul diario. Poi si cresce e a volte si dimentica. Altre volte si cambia diario. A volte si continua a sentirsi un po' rocker anche se si fanno cose che apparentemente non c'entrano niente. Così ho pensato di chiudere il post con una citazione lunga, di una canzone che non sentivo da tanti anni, di quelle che però non appena te le ricordi sono lì come se le avessi sentite il giorno prima. Ieri sera ne sono volate parecchie, ma la più gradita è stata senz'altro No Surrender:
Well, we bursted out of class
Had to get away from those fools
We learned more from a 3-minute record, baby
Than we ever learned in school
Tonight I hear the neighborhood drummer sound
I can feel my heart begin to pound
You say you're tired and you just want to close your eyes
And follow your dreams down
Chorus:
Well, we made a promise we swore we'd always remember
No retreat, baby, no surrender
Like soldiers in the winter's night
With a vow to defend
No retreat, baby, no surrender
Well, now young faces grow sad and old
And hearts of fire grow cold
We swore blood brothers against the wind
Now I'm ready to grow young again
And hear your sister's voice calling us home
Across the open yards
Well maybe we'll cut someplace of own
With these drums and these guitars

'Cause we made a promise we swore we'd always remember
No retreat, baby, no surrender
Blood brothers in the stormy night
With a vow to defend
No retreat, baby, no surrender
Now on the street tonight the lights grow dim
The walls of my room are closing in
There's a war outside still raging
You say it ain't ours anymore to win
I want to sleep beneath
Peaceful skies in my lover's bed
With a wide open country in my eyes
And these romantic dreams in my head
Once we made a promise we swore we'd always remember
No retreat, baby, no surrender
Blood brothers in a stormy night
With a vow to defend
No retreat, baby, no surrender
Non è strano che i mesi finiscano a spron battuto se presenzi alla discussione di 50 tesi in 3 giorni... Se poi al lavoro aggiungiamo i convegni, gli esami normali e la scrittura ordinaria c'è quasi da meravigliarsi che non vada peggio. O che si trovi il tempo per guardare anche un film ogni tanto, a parte la valanga di serial che, di loro, danno una certa dipendenza
Detto questo, una bella risata qui la si riesce a fare. Potrei divagare sulla circostanza che Funeral Party rientra in quei processi omeopatici di messa in prospettiva della morte cari a Maffesoli, che segnalano a modo loro la saturazione dell'approccio razionalistico e terrorizzato che ci porta a relegare i morenti negli ospedali, dietro barriere bianche o verdine, e poi i loro resti dietro alte mura. Sul fatto che molte piccole cose tradiscono la crescente insofferenza verso questo (ab)uso moderno: Mort di Terry Pratchett; John Doe, del quale si è già parlato tempo addietro; Six Feet Under, Ghost Whisperer e l'infinita corte di altri seriali che maneggiano più o meno genialmente l'argomento. Potrei in effetti, ma stasera non ne ho voglia. Sarà per un'altra volta
Andare a Parigi è sempre un'esperienza. Con la fortuna di una frequentazione non troppo episodica, poi, ci si riesce a muovere fuori dai frenetici ritmi turistici, andando per mostre, per vie, per luoghi meno abituali. E così, la settimana scorsa, oltre all'ormai tradizionale convegno solstiziale del CEAQ, mi sono fatto qualche regalino, come
sempre anche con l'aiuto di un po' di zen. Si parte con una personale dedicata a Kandinsky a Beaubourg, visitabile fino al 10 agosto, per chi si trovasse a passare da quelle parti. Viaggio molto esauriente - forse persino troppo - nell'opera di un artista centrale del Novecento, nel quale si dà a vedere con chiarezza cristallina lo spartiacque tra astrazione e organicità, tra ricerca di simmetria ed essenzialità e tripudio di forme giocose e viventi. Per quanto possa sembrare strano, la mia preferenza va in questo caso alle ultime fasi, dal logo della mostra in poi. Vi ho trovato anche un omaggio di Feininger che costituirà la copertina di un mio romanzo, sempre che prima o poi lo finisca :) Poi, per restare nell'artistico, sono inciampato in un'altra cosa della quale non avevo proprio idea:
una mostra proprio strana, per la quale l'eventuale visitatore dovrà sbrigarsi, perché regge fino al 29 giugno. Une image peut en cacher une autre, ossia tutte le illusioni ottiche, i trucchi compositivi, le sciarade in immagine e chi più ne ha più ne metta create da secoli a questa parte con gli intenti più diversi. Cose pregevoli, inusuali e la presenza significativa dei lavori di tre autori chiave: Arcimboldo (con tre delle Quattro stagioni), Dalì (imperdibile l'intervista in video) e Raetz, con una stupefacente ultima sala di opere vertiginose. C'è stata anche la Biblioteca François Mitterand, la Festa della Musica con un eccellente concerto al Centre Culturel Italien e la presentazione del libro di un amico, ma per questo un altro post 
E come Kakuzo Ozakura, l'autore del Libro del tè, che si addolorava per la rivolta delle tribù mongole nel XIII secolo non perché avesse causato morte e afflizione, ma perché aveva distrutto l'arte del tè, il più prezioso tra i frutti della cultura Song, anch'io so bene che il tè non è una bevanda qualunque. Quando diventa rituale, rappresenta tutta la capacità di vedere la grandezza nelle piccole cose. Dove si trova la bellezza? Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell'attimo una gemma di infinito?
Il rituale del tè, quel puntuale rinnovarsi degli stessi gesti e della stessa degustazione, quell'accesso a sensazioni semplici, autentiche e raffinate, quella libertà concessa a tutti, a poco prezzo, di diventare aristocratici del gusto, perché il tè è la bevanda dei ricchi così come dei poveri, il rituale del tè, quindi, ha la straordinaria virtù di aprire una breccia di serena armonia nell'assurdità delle nostre vite. Sì, l'universo tende segretamente alla vacuità, le anime perdute rimpiangono la bellezza, l'insensatezza ci accerchia. Allora beviamo una tazza di tè. Scende il silenzio, fuori si ode il vento che soffia, le foglie autunnali stormiscono e volano via, il gatto dorme in una calda luce. E, a ogni sorso, il tempo si sublima.
Muriel Barbery, L'eleganza del riccio, Roma, e/o, 2007, pp. 83-84.
Fine settimana interamente affidato al caso. Ci sto decisamente prendendo gusto
E' buffo in effetti andare al Sistina con i biglietti che arrivano da Todi tramite conoscenze universitarie, anche perché senza una partita di On Stage! mercoledì scorso non se ne sarebbe fatto niente e io di solito mi scordo di guardare il programma dei teatri. E dire che Gigi Proietti è fantastico! Questo spettacolo in particolare, Di nuovo buonasera, è un esperimento in nostalgia e cultura, uno spazio/tempo in cui si ride molto e si pensa parecchio e, soprattutto le generazioni meno giovani, si ricorda. L'eco der core, cantata allora da Gabriella Ferri, non la sentivo da più di trent'anni e dire che da piccolo i nastri di canzoni romanesche li distruggevo, a furia di ascoltarli... Mi sento un po' come Krapp, a volte, che scopre dei ricordi e quasi non capisce che sono i suoi. Il buon Gigi ha fatto un collage del variété, con atti unici di Eduardo, sketch, balletti recuperati filologicamente dagli anni della guerra d'Africa, canzoni e momenti da mattatore che ti fanno apprezzare quanto sia vasta e vissuta la sua cultura, quanto incarni il mestiere dell'attore, ormai insieme a pochi altri, temo. Non è che i giovani siano necessariamente meno bravi, è che il mondo da cui viene lui era diverso, più sofferto, più spesso, più artigianale. Non è un caso che la sua ex-scuola si chiamasse Laboratorio. E quanto je rode, come diciamo qui a Roma, che sia stata chiusa. E il Brancaccio, poi...
Vabbè, almeno noi lasciamo andare! Questo ieri. Oggi sono finito da amici che hanno appena rinnovato la sala video ed mi è capitato di vedere un film di cui altrimenti non avrei neanche saputo che esisteva: Be Kind Rewind, di Michel Gondry, regista col quale - qui su Aforismatica ci siamo già incontrati. Di nuovo mi chiedo chi sia il pusher dello sceneggiatore
Un genio, immagino. Il film va visto, anche se la trama è accennabile: Jack Black, sempre più simile al mitico John Belushi, si carica magneticamente e cancella tutte le videocassette del noleggio di un amico. Non resta che rigirare tutti i film in casa, con mezzi scarsissimi e molta, molta creatività. Esempi di questa improbabile scuola di regia si trovano sul sito del film, ma giuro, vale la pena di vedere dove un regista/scrittore poco disposto a venire a patti col mercato è capace di arrivare. Manco a dirlo, un'altra splendida variazione sul tema dell'uomo artigiano, che ultimamente affiora un po' dappertutto. Sarà il re nascosto del XXI secolo?
Adoro Wolverine. Lo dichiaro da subito perché non vorrei che quanto segue apparisse poi fuorviante. Adoro il personaggio e adoro l'attore, Hugh Jackman, uno di quelli che mi è stato subito simpatico "a pelle". Quindi il film mi è piaciuto. Detto questo, come tutti i prequel, secondo me è inutile. O meglio, è interessante per i patiti, che vogliono saperne sempre di più sul background, chi ha fatto che, quando e per quale ragione eccetera. In termini di narrazione e capacità ipnotica, però, il film è regolarmente compromesso: già lo sai che poi lui... E che quell'altro... Insomma, se vi siete persi le puntate precedenti, in formato cartaceo o come film, è un modo eccellente di entrare in contatto con la saga degli X Men. Se siete un tantino fissati, come me, accomodatevi pure. Se non rientrate nelle categorie precedenti, avete sicuramente qualcosa di meglio da fare
Non uso spesso l'aggettivo "imperdibile", quindi una volta che lo scelgo dev'essere preso nella piena forza del termine. La mostra dedicata a Utagawa Hiroshige, maestro dello stile Ukiyo-e, le "immagini del mondo fluttuante", resterà al museo Fondazione Roma al Corso fino al 7 giugno ed è letteralmente imperdibile. Volendo, potrei sprecarmi in aggettivi, preferisco però lasciar parlare le immagini, per quanto non restituiscano - a mio parere e con buona pace dei fan del digitale
- l'effetto particolare delle stampe realizzate a mano su carta di gelso. Siamo propriamente nel regno dell'ineffabile, del silenzio zen. Preferisco parlare più estesamente della mostra, perché tra i tanti musei che conosco ormai bene, questo del Corso riesce ogni volta a darmi un'impressione di novità e cura che merita di essere sottolineata. Anche se ogni tanto
l'illuminazione non è al meglio, l'attenzione riposta nel creare un'atmosfera particolare che sposi il soggetto delle esposizioni è lodevole ed efficace. Stavolta (per quella precedente clicca qui) abbiamo una riproduzione piacevole di un giardino giapponese all'ingresso, arredi e decorazioni in stile e poi stendardi, un piccolo laboratorio di calligrafia e perfino le hostess in kimono. Per non parlare dei timbri da raccogliere lungo il percorso, usanza dei pellegrini shintoisti giapponesi e di quelli jacobei nostrani
Aggiungo un interessantissimo audiovisivo sulla realizzazione delle silografie che ha suscitato la mia più profonda invidia per la maestria dell'uomo artigiano. Tralasciando la formidabile influenza del maestro sulla pittura occidentale (tra gli altri Monet, Gauguin, Van Gogh, del quale sono in mostra due belle riproduzioni in altissima definizione delle Mostre impossibili della RAI), quello che più si accosta ai miei pensieri attuali è l'armonia e la spiritualità che emana dalle sue opere. Shintoista, Hiroshige incarna il versante del meraviglioso e del sacro che il New Age tenta invano di restituire. Lo stupore ammirato, l'empatia e il rispetto per i suoi soggetti (nonché l'abilità naturalistica nel restituirne pose e colori) sono molto più netti e incisivi di quanto non sappiano dire parole di rito, tanto lise ormai da sembrare ridicole. Ogni stampa, bozzetto, appunto è un'epifania, che mostra senza ausilio razionale quanto il "semplice" fatto del vivere debba esser riscoperto nella sua pienezza e nell'incanto che sempre lo accompagna. Se sapessimo recuperare anche una frazione di un tale spirito, l'allarme ambientale non potrebbe che scomparire... Assolutamente imperdibile.
Ieri sera sono andato a vedere... Quelo!!!
Non solo: Tremonti/Colbert, Funari, Bertinotti, un Di Pietro inedito (almeno per me) ed esilarante e una schiera degli altri personaggi che hanno reso celebre Corrado Guzzanti, supportato per l'occasione dalla sorellina Caterina (nei panni di Miss Italia e di una calabresissima ministra Gelmini) e dall'ottimo Marco Marzocca (padre Porcu e il fratello della miss, un tipino manesco lol). Due ore e mezza abbondanti di risate irrefrenabili e di tristissime considerazioni accessorie, in puro stile Ottavo nano o caso Scafroglia, un mix di video e live interessante e necessario in una struttura come il GranTeatro, talmente grande da rendere impossibile apprezzare l'attore perfino dalle poltronissime. Come sempre un'intelligenza lucida al lavoro, con ottimi spunti di riflessione un po' su tutti i temi caldi dell'attualità. In particolare ricorderei l'onorevole Bertinotti e la sua illuminazione alle Bahamas, dov'era andato a soccorrere dei compagni in difficoltà... Dopo essere stato attaccato da uno sciame di zanzare ed essersi ritrovato a prendersi a schiaffi da solo, ha capito: i partiti della sinistra devono fare come le zanzare, anzi come i virus! Scindersi continuamente in entità sempre più piccole, abbandonare il regno del visibile e attaccare senza esser visti. E poco male se gli elettori non li trovano più, riescono comunque a fare degli scherzi divertentissimi! *sigh*
Se Veronica diventa preda
Mi corre l'obbligo di segnalare questo bell'articolo di Adriano Sofri. Per quanto non lo trovi simpatico, ha una gran penna che, in questo caso, ha scritto cose che sottoscrivo in toto.