Il Natale è andato via così, nella stupefazione da inizio brusco festività. Ora però mi sono un po' rimesso e così...
HAPPY NEW YEAR 2011 :)
Sacconi: "Disoccupazione tra i giovani? Tra le cause anche i cattivi genitori"
L'ideologia del nuovo tipo non è un'ideologia privatizzata [...] E' invece una ideologia della privatizzazione [...] Si tratta dunque di una nuova ideologia per la nuova società individualizzata, in cui, come ha scritto Ulrich Beck, ogni individuo, uomo o donna che sia, è invitato, sospinto e trascinato a cercare e trovare soluzioni individuali a problemi creati socialmente e ad applicare tali soluzioni a livello individuale, utilizzando capacità e risorse individuali. Questa ideologia proclama che è inutile (anzi controproducente) essere solidali, unire le forze e subordinare le azioni individuali a una "causa comune". Essa si prende gioco del principio della responsabilità collettiva per il benessere dei suoi membri, addossando ad esso la colpa di un debilitante "Stato-balia" e ammonendo a non curarsi degli altri perché ciò porta a una odiosa e detestabile dipendenza.
Z. Bauman, L'arte della vita, Laterza, Roma-Bari, 2010, pp. 113-114.
Dev'essere l'ascendente Vergine che mi "dona" quest'esigenza di completezza *lol* fatto sta che quando comincio una cosa di solito la finisco, anche se potrei risparmiarmelo senza alcuna difficoltà. In questo caso specifico, la visione del terzo non ha modificato in alcunché il giudizio formulato sui primi due, anzi! Direi che qui la frammentarietà aumenta un po' troppo e certi inserimenti tematici lasciano molto perplessi, come il recupero della questione delle e-mail anonime, del tutto gratuita e inutile. La soddisfazione per l'esito del processo però ripaga ampiamente di tutto, quindi in ultima analisi si può fare!
Stare male non è poi così male lol è una forma di alibi che va bene anche per chi cerca di sottrarsi all'imperativo produttivista di quest'epoca, alleviando la necessità di ripetersi costantemente che non sta scritto da nessuna parte che devi sempre far uso del tuo tempo in modo utile e sensato. Così, visto che ieri non mi reggevo in piedi, ho profittato per recuperare un altro tassello dell'arretrato cinematografico e mi sono beccato La ragazza che giocava col fuoco, secondo capitolo del ciclo Millennium di Stieg Larsson. La sensazione, a parte la qualità disastrosa dell'audio del DVD, è più o meno la stessa della prima puntata: non c'è stato il coraggio o la volontà di affrancarsi dal libro, ma limitarsi a riportare fedelmente uno scritto ponderoso (da centinaia di pagine!) in due ore e rotti di film rischia di non fare un buon servizio né al testo né agli spettatori. Ne viene fuori uno spettacolo incomprensibile senza aver letto l'opera di partenza e che di questa non ha lo spessore né le sfumature. Gli attori sono bravi, Noomi Rapace in particolare è un'eroina assolutamente originale, il casting rifugge da ogni divismo e rispecchia appieno le linee estetiche del romanzo; le atmosfere sono affascinanti e invitano a una visita alto-turistica in Svezia. Però... Ti chiedi: letto il libro perché vedere anche il film?
Le cose hanno questo strano modo di affollartisi in mente, rientri e si accavallano. Un po' d'ordine richiede prima di tutto un giudizio sulla mostra: deludente. Tendenzialmente per specialisti, vista la preponderanza di materiali tangenziali - come la collezione di stampe o di libri del buon Vincent - o di secondaria importanza. Fin qui però potrebbe anche starci, c'erano molte cose mai viste e un interessante dispositivo di paragone con altri artisti contemporanei, in un gioco di rimandi e citazioni notevole. MA: il gioco è lasciato interamente alle audioguide o alle guide in carne e ossa, nelle sale ci sono solo pannelli molto scarni e l'insieme dei materiali diciamo didattici è affollato all'inizio del percorso. E poi la folla e gli spazi del Vittoriano ridisposti in modo soffocante, costringendo alla fila anche chi volesse fruire della mostra con un minimo di anarchia.

Altro ordine di considerazioni: vogliamo parlare della riproducibilità dell'opera d'arte nell'era della tecnica? Io adoro Benjamin, ma su questo specifico tema ne sono distante come Alpha Centauri. Il quadro qui sopra è bello visto così... Visto dal vivo mozza il fiato, tant'è vero che credo tornerò in un giorno infrasettimanale e in un orario sfigato per potermelo guardare con calma una mezz'ora senza torsi di broccolo che non ti vedono per niente e ti si fermano davanti chiacchierando. Direi la cosa migliore della mostra, anche se dei cipressi e delle vedute di Montmartre erano commoventi. Nel complesso, con qualche avvertenza per il giorno, consiglierei comunque la visita :)
La locandina e il titolo del film avrebbero dovuto essere quelli qui accanto. Invece, come accade troppo spesso, in omaggio a un'opinione della distribuzione nostrana che mi ostino a considerare errata e che vede il pubblico composto principalmente di imbecilli, in Italia questo film di George Clooney è stato presentato come In amore niente regole... Ovvero, come trasformare una commedia intelligente e ricca di spunti critici nell'ennesimo strazio rosa. Invece, se dovessi iniziare una recensione seria di questo gioiellino direi: istituzionalizzazione, razionalizzazione, disincanto. Il che dimostra inequivocabilmente che l'arte, in questo caso il cinema, è molto più divertente della sociologia *lol* Io mi arrabatto a salvare il salvabile, formulando qualche pensiero corsaro in forma digeribile, ma in questi casi soffro decisamente lo scarto. Comunque, il bel George, dotato anche di un bel cervello, sceglie gli inizi del football americano professionistico per esporre una tesi assai weberiana: quando l'effervescenza indisciplinata di un processo viene ingabbiata in regolamenti che pretendono di risolvere a monte ogni caso possibile, c'è forse un guadagno organizzativo ed economico, ma il divertimento scompare e con lui l'incanto e la passione. Fortunatamente Dodge Connolly non si lascia disarmare e, a cavallo del suo favoloso sidecar si allontana in un tramonto impressionista verso chissà quali altre avventure. Bel film, che dimostra come si possa parlare di cose non ovvie con leggerezza, e gran regia. Alcuni momenti sono memorabili: la prima corsa in moto verso Chicago o la rissa che alla fine risolverà l'intreccio sono da cineteca!
Ora, fare un film di 2 ore e 20 sulla parte più pallosa dell'ultimo romanzo dell'eptalogia del simpatico (?) maghetto fulminato può essere una scelta pagante dal punto di vista della produzione. Può essere, anche se per quanto mi applichi il punto di vista in questione mi sfugge: non vedo in cosa una mezz'ora - minimo! - di flim in meno avrebbe danneggiato la holding Potter, se non forse per i fan inossidabili ai quali si può perfino presentare Daniel Radcliffe come un grande attore... Oh, non cambia espressione mai, ma proprio mai! Eppure anche la stampa neutrale ne parla bene, anche se per altre ragioni. Forse il suo essere immoto è una scelta di regia, mah! Comunque, col senno di poi e dopo un pomeriggio domenicale inedito, direi che poteva anche andare peggio
La puntata precedente era molto più insopportabile lol così anche l'irrefrenabile pulsione collezionistica e la forma perversa di affezione che si genera nelle serie si sono soddisfatte con relativo piacere. Avevo pensato anche a una recensione à la Johnny Palomba e la propongo in chiusura:
Ermione c'ha er culo bbasso!
Stavo leggendo sull'Espresso che in Italia si affaccia una generazione di nuovi produttori che vogliono lasciarsi alle spalle il minimalismo di troppo cinema nostrano, le storie di sofferenza, denuncia e macerazione che tanto ci hanno fracassato le gonadi! Non posso che salutare con gioia questo nuovo indirizzo, che peraltro invoco su questo blog da cinque anni. Come si dice, basta avere un po' di pazienza lol
Figli delle stelle potrebbe essere un primo segnale in questo senso: una trama che avrebbe potuto esser trattata con tutto il piombo dei Settanta prende invece una piega surreale, a momenti esilarante, in generale visionaria e nel complesso godibilissima, anche grazie alla crescente bravura e sicurezza di molti attori giovani: Pierfrancesco Favino e Giuseppe Battiston in testa, quest'ultimo in assoluto uno dei miei preferiti di questi anni. Un plauso al regista, Lucio Pellegrini, già produttore di Non pensarci!, con Valerio Mastandrea e più di mezzo cast coinvolto anche qui, come per esempio Ramon, Paolo Sassanelli, ora terrorista fai-da-te, allora perfido bancario. E un plauso agli scrittori e ai trovarobe, che hanno dato il massimo nell'abbigliamento della fase valdostana, che vale da solo la visione. Il momento che dà il titolo al film, quando ballano Figli delle stelle di Alan Sorrenti (1977, prima liceo e l'odio della prof di matematica del tempo :), e anche il sequestrato batte il tempo, è fantastico!
Ci risiamo! Non credo che finirò mai di stupirmi per le peculiari vie del sapere: fino a ieri non avevo praticamente mai sentito nominare Julia Child e il suo fantastico libro di cucina, poi ho visto il film qui accanto e riparato a questa ennesima falla :) Il film, per incidens, è piacevole e molto ben recitato dalle protagoniste Meryl Streep e Amy Adams, con un adorabile Stanley Tucci; è ispirato a ben due storie vere e dispensa un ottimismo ben temperato e un giusto amore per cibo e cucina.
A questo punto siete anche autorizzati a dire: e allora? Mica è la prima volta che vedi film che parlano di cose reali eppure finora ti sei risparmiato gli squilli di tromba. Già. Perché tutto mi sarei aspettato tranne incappare in una menzione articolata del libro della Child nel libro che sto studiando in questi giorni, L'uomo artigiano di Richard Sennett, e per di più a proposito di un tema spinoso e vissuto come tale come l'istruzione espressiva. Pare, secondo il buon Sennett, che ultimamente è un mio autore di riferimento, che Mastering the Art of French Cooking sia un eccellente esempio di illustrazione empatica, ossia di una strategia istruttiva che rifugga dall'astrattezza del sapere esperto per tornare empaticamente allo stato di apprendista di colui cui ci si rivolge, per cercare di fargli capire meglio quello che deve fare. Problema che affligge il cuoco come l'informatico come il docente universitario. Certo, non so se insegnerò come disossare un pollo per risolvere i miei dubbi di insegnamento, ma è sicuramente un bell'esempio di caso Zen lol
La sola cosa da salvare di una giornata fallimentare è stata la mostra Teatro del sogno a Perugia, nell'intervallo tra due round di una delle più sofisticate torture che l'uomo moderno abbia escogitato, il Consiglio di Facoltà lol E della mostra in questione questa qui sopra era secondo me la cosa migliore. In termini di esperienza estetica. Mi ha fermato come una parete di cristallo o una finestra aperta e un canto di sirene. Con questo non voglio affatto dire che fosse la sola cosa interessante: i bozzetti di Fellini e i suoi resoconti illustrati di sogni erano fantastici, c'erano altri quadri magnifici, da Chagall a De Chirico, da Tanguy a Ernst - del quale si trovano un paio di tele stupende. E Boccioni, che più passa il tempo e più mi piace: Il sogno di Paolo e Francesca. Però L'écho du vide è qualcos'altro...
Detto questo, per quanto fatta della materia dei sogni, la mostra avrebbe probabilmente potuto prevedere un minimo di descrizione di percorso o un qualche commento. Non che ami le pareti scritte fitte o il gergo esoterico degli storici dell'arte, ma tra loro e il buio onirico c'è una misura che si potrebbe tener presente...