Le cose si legano con strani nastri. Neanche finisco di insolentire quel farlocco che fa finta di essere l'Uomo Ragno che mi ritrovo faccia a faccia con un altro campione di inespressività. A essere sincero, Elijah Wood è appena più vispo e, sebbene come Frodo lasciasse parecchio a desiderare, non era doloroso a guardarsi come Aragorn. E in questo film l'aspetto plastificato gli si addice, credo sia perfino incrementato dal regista. E comunque questo è un bel film, alla faccia della faccia
Un film sulla memoria, in alcune delle sue innumerevoli forme, più o meno psicopatiche, più o meno sofferte. In tempi in cui la menzione della Memoria (con la maiuscola) non sa non evocare uno sbadiglio e un fremito di insofferenza, i due esordienti responsabili della storia - Jonathan Safran Foer autore del libro, Liev Schreiber alla regia - ne tessono un arazzo eccentrico e poetico, fatto di girasoli, superstiti e collezionismo maniacale, dove trova posto uno scorcio piccolo ma straziante di Shoah, accanto al terrore di dimenticare che mi sembra sempre più uno dei mali del tempo. Foto, video, questi stessi blog e mille altri modi per inventarsi delle redini per il Tempo e far finta di non morire. Di non essere come un fiume che scorre verso il mare, senza tregua, ma a volte con una pienezza di vita e riflessi che riscatta ogni riva abbandonata alle spalle. Che fa sospettare che sia la corsa il vero miracolo, e il cambiare incessante dei panorami e delle nuvole e delle acque. Tutto scorre, d'altronde...Mi torna alla mente l'epitaffio che Gregory Corso ha scritto per se stesso, sulla lapide accanto a Shelley al cimitero acattolico di Roma:
- Spirit
- is Life
- It flows thru
- the death of me
- endlessly
- like a river
- unafraid
- of becoming
- the sea

Al di là della fortunata circostanza che dopo quasi 12 ore di lezione in 2 giorni un film così è una manna dal cielo, questo specifico film lo sarebbe in ogni circostanza C'è tutto, in una miscela perfetta: mistero, humour, bravura, effetti, simboli alti e bassi e su tutto l'atmosfera ineguagliabile del mondo della filibusta perché, come si commentava ieri uscendo, "i pirati so' sempre i pirati!" Gli schiumatori dei sette mari sono un luogo del nostro immaginario sul quale occorrerà riflettere seriamente, perché concilia interesse storico-politico, novità tematica e formidabili pulsioni immaginali. I pirati, insomma, possono dirci ancora molto. In particolare Jack Sparrow, capitan Jack Sparrow, per la precisione, il personaggio nel quale
; b) non mi ricordo di un prodotto che parta da Disneyland per diventare un cult in tre puntate e che per la prima volta mi fa sperare nella quarta; c) non mi ricordo un recupero di qualità così alto nella terza parte, che ha dei passaggi di confine tra zen, metafisica e assurdo assolutamente spettacolari, come la ricomparsa di Jack che sniffa noccioline lecca pietre e riesce perfino a buttare lì battute memorabili, come lo scambio tra Jack e Barbossa sui confini del mondo: "Il mondo si è fatto più piccolo", "No, il mondo è lo stesso, è tutto il resto che si è ristretto".
Magliana, almeno per come la presenta 
A chiudere la sbornia intellettuale dei giorni scorsi, una cosetta così - amichevolmente definibile "bufala colossale" - ci sta giusta. Sono quei film che, anche se sospetti la fregatura, non puoi non andare a vedere al cinema, dove almeno l'incanto degli effetti speciali un po' attutisce... E dire che l'Uomo Ragno lo adoro, uno dei miei eroi a fumetti preferiti di quand'ero piccolo e quindi anche un sacco di ragioni sentimentali per essere contento del successo che queste puntate stanno riscuotendo. Solo, peccato che risono di nuovo nella situazione del Signore degli Anelli: per carità, culto puro, ma Aragorn
Un errore di casting colossale, a mio modesto parere, che mi ha stressato per tutta la trilogia. E qui uguale:
eppure... Stavolta però è peggio: stavolta, oltre al bravo ragazzo decerebrato, deve anche fare il figo (con la g, addirittura!) e il cattivo. Beh, non credo di aver visto niente di peggio. Nel migliore dei casi sembra Brian Ferry appena dopo una crisi d'astinenza, il peggiore ve lo lascio descrivere liberamente a parole vostre, anche se la foto qui sotto aiuta *sigh* Bellissimo lo scontro conclusivo con l'uomo sabbia e una brutta copia di Spidey riciclata da qualche altro film de cattiveria, troppo breve però per tutte le noiosissime chiacchiere che lo precedono: avevano sfiancato perfino l'orda urlante di bambini accompagnati da poche mamme cafone che hanno aggiunto allo spettacolo quel certo non so che...
Questo lo facciamo un po' meno sincopato di quello di sabato perché copre qualche giorno in più, ma giuro che comincio a sentirmi un po' yo-yo... Martedì mattina, dopo aver chiuso le lezioni a Narni il
giorno prima (quasi quasi facevo prima a fermarmi direttamente per il finesettimana *grin*), sono stato discussant - è che proprio non trovo una parola decente in italiano - a un incontro con Michel Maffesoli. Il mio intervento è stato definito dal coordinatore "un omaggio floreale con parecchi cardi nascosti all'interno" ma il buon Maff l'ha presa abbastanza bene, anche se magari le richieste di precisazioni avanzate dalla mia collaboratrice preferita possono avergli fatto pensare a una persecuzione
un totale di tre ore e mezza seguite da presentazioni e PR assortite. In serata guadagno casa piuttosto soddisfatto: direi quasi un'abbuffata di cultura con la C maiuscola, che anche se si dice che come distinzione non vale più, non dategli proprio retta: citando Maff, c'è anche una forma di soddisfazione estetica nel partecipare a incontri del genere, parola!!!

dell'opinione appena espressa... Sono stupito dagli scherzi della sorte e della storia e, non per la prima volta, non particolarmente entusiasta di trovarmi a vivere questa particolare congiuntura. L'analisi la lascio a
Smonto all'Auditorium - oltre alle piazze c'è il Festival della Filosofia e voglio almeno farci tana. Al BArt c'è un incontro su Second Life, ambiente virtuale che ultimamente mi dà parecchio da riflettere. Riesco a sentire il primo round dei relatori, coordina Carlo Formenti, parlano Pietro Montani, docente di estetica, e Mario Gerosa, autore di Second Life, per Meltemi. Mi conforta sentire il chairman dichiararsi deluso dalla qualità scadente di SL, perlomeno a confronto con le sue/mie aspettative nate dal cyberpunk di Gibson
piazza centrale del paese. Al di là dell'estetica della situazione - cena ottima, conversazione all'altezza - vedere il corteo mi riporta alla mente le pagine di Martin appena rilette: i dettagli carichi di significato degli abiti e degli ornamenti, l'indubbio orgoglio che si vede in molti dei partecipanti, una certa nostalgia fantasy per tempi in cui appartenere era più facile e soddisfacente, una certa angoscia al pensiero della potenza contemporanea di questo bisogno di appartenenza, che assume tinte ancor più fosche ripensando alle piazze del pomeriggio... Se chiudo gli occhi mi sento un po' Thomas Covenant, che non crede a quanto ha appena visto, ma desidera anche troppo che sia vero; un po' cronachista del grande torneo in onore della nuova Mano del Re,
Eddard Stark; un po' stanco *grin* Mai come i partecipanti all'evento, che si fanno tutta Narni avanti e indietro per più di tre ore, ma diciamo che la giornata è stata di quelle intense.
Ho una mezza idea di dire, come diceva il poeta di Guzzanti, una ca**ata pazzesca: secondo me Le vite degli altri è un film fantasy! Altrimenti non riesco a spiegarmi la circostanza chiave del film, ovverosia perché un celebre bastardo come il capitano Wiesler della STASI, famigerata polizia politica della DDR, mi diventi di punto in bianco un carbonaro disposto a tutto pur di salvare un sovversivo. L'incantesimo lo fa una sonata regalata al coprotagonista, Sebastian Koch -
Ora non ho tempo di andare a vedere sul Palomba *grin* Ricorrerò perciò a una definizione precedente che mi sembra attagliarsi a perfezione alla pellicola di questa sera: è popo 'n firm de paura, come avrebbe detto, anni fa, Rocco Smiterson
temporali al Vittoriano, alla mostra di Chagall. Mostra che lascia un buon sapore in bocca e una luce splendida negli occhi. Più passa il tempo e più mi è chiaro perché adoro Chagall - e stavolta il video di Moni Ovadia mi ha aiutato parecchio a mettere a fuoco la questione, come anche delle frasi dell'autobiografia: perché ritiene che gli altri - e parliamo delle mitiche avanguardie parigine, non dei
contemporanei! - siano troppo intellettuali, che la pittura e l'arte abbiano un loro vocabolario fatto di immagini e colori... Chagall è un pittore veramente immaginale, senza psicologizzare o simbolizzare! È il pittore delle linee curve che svaporano nella luce, dei colori che debordano, dei mazzi di fiori come fuochi d'artificio, dell'innocenza e del dolore. E la mostra restituisce questa dimensione con fedeltà un po' disordinata, quasi a replicare l'affollarsi dei tetti di Vitebsk o dei personaggi circensi variamente piroettanti. Non solo. La purezza azzurra di Chagall si squarcia al rosso della guerra e dell'Olocausto e del lutto - anni orribili per un povero violinista russo - e crea lo strappo metafisico della Caduta dell'Angelo, una delle tele più potenti che abbia mai visto, che mi ha fatto tornare alla mente le oscene maschere di Mafai, attingendo però a un vertice di evidenza e rivelazione quasi sovrumano.
Ricordo un bootleg del 1970, dei Doors, Rock Is Dead. Quando lo scoprii, in uno di quei negozi dove si andava ai tempi a rovistare in mezzo a mucchi di LP, mi sentii un brivido per la schiena: come, lo stavo appena scoprendo e uno dei suoi più grandi interpreti mi sputava in faccia che era già morto anni prima, quando ero troppo piccolo per capirne qualcosa? Eppure, eppure... Lì per lì non gli credetti e ancora oggi ho difficoltà a dargli retta, di tanto in tanto qualcosa ancora brilla. Poi però vedo film come questo, come Great Balls of Fire, ripenso a certe foto di Elvis, di Jim Morrison, di Jimi Hendrix, a qualcosa nei loro occhi e il dubbio mi si riaffaccia alla mente. Non so se esistano ancora le condizioni perché una tale energia disperata si liberi in qualcuno più sensibile, più attento, più debole. Non vorrei che mi si fraintendesse, non che oggi la vita sia migliore o si soffra di meno: è che la pressione sistemica, la forza del senso comune, di ciò che si deve fare, la forza dei padri, è infinitamente minore. E il nulla genera molto meno attrito di uno scoglio inflessibile e arcigno come il padre di Johnny Cash, o come quei poliziotti inamidati così orgogliosi di trascinare rockstar da strapazzo in carcere, per atti osceni o possesso di stupefacenti o qualunque altra scusa potesse essere loro utile. Oggi la pressione è più diffusa - di nuovo non vorrei qualcuno pensasse che mi vedo in giro per il bengodi


) corona di nuvole a farmi tornare in mente la serie degli Osservatori, il culmine dove cielo e terra non sono ancora separati. E spesso cielo e mare, quando lo sguardo si perde nell'assenza perlacea di orizzonte e sembra di testimoniare la fine del mondo, il salto delle acque nell'infinito. Tempo di riprendere le buone abitudini, dunque, a preparare i giorni d'estate e le salite...

). Abbiamo perfino giocato a Ivanhoe sul traghetto...